Il diavolo veste Prada 2 non è un film su Prada. In compenso è un film sul diavolo. Soprattutto se il diavolo sono i ricchi, i potenti: chiedono patti, qualcuno (Andy) stavolta acconsente.
Il primo finiva con una liberazione: la stagista che sognava di diventare reporter d’inchiesta se ne andava, il diavolo-Miranda ne usciva buggerato, costretto a rispettarla. E ora?

Inizia tutto con Andy (un’Anne Hathaway che dovrebbe essere cresciuta e invece appare ringiovanita, come se il patto col diavolo l’avesse fatto lei) che vince un premio di giornalismo investigativo, e un secondo dopo tutta la redazione viene licenziata.
È in un momento di bisogno, dunque, che viene chiamata a gestire una crisi d’immagine a Runway, guidata ora come allora da Miranda Priestley (Meryl Streep, per la quale è valido quanto detto su Hathaway).
Sono passati vent’anni. C’è stata una crisi economica di mezzo, una pandemia (che per consuetudine resta tabù nella sceneggiatura, come se non fosse mai esistita, e fino a qui niente di nuovo); se Il diavolo veste Prada non è invecchiato male, però, per paradosso il secondo sì. È il punto di vista, che è vecchio. Che ignora quello che è davvero successo in questi vent’anni.
In due decadi tutto quel che sembra cambiato è la comparsa delle patch per il contorno occhi, l’ossessione per la skincare (delle chicche godibili, ma appunto cosmetiche), i social (Runway come rivista non esiste più, “Siamo digitali, scaricabili. Siamo nell’etere!”, spiega un sarcastico Nigel), la nascita di termini come glow up. E il discorso sul linguaggio non escludente. Miranda non ci sta e, come un Ricky Gervais meno simpatico (ma più vicino alla realtà di un certo tipo di donna al comando), ci scherza su, risultando - ora sì - vecchia. «Body negative? No, aspettate, la so. Body positive. Ma… perché?», chiede con candido sbigottimento; solo qualche scena prima ridacchiava sui tossicodipendenti. La cosa grave è che quella battuta le usciva anche bene. Come bene escono a Ricky Gervais, in effetti.
Il fulcro, tuttavia, è il mondo del lavoro. Ed è proprio qui che qualcosa non torna. Più di qualcosa, in realtà.
Che il punto di vista è quello dei ricchi, che Andy non è e forse non è mai stata la giovane naïf che ci sembrava nel film del 2006, salta alla mente all’inizio; un rider con un cubo in equilibrio precario sul motorino le suona, sta per investirla. Lei non l’aveva neanche visto.
Come possiamo empatizzare con lei e non col rider? Perché il film ci chiede questo fin dalla prima scena? Chi è Andy?
Questo punto si chiarisce pian piano.
“Il Diavolo Veste Prada 2”: attesa, marketing e il futuro del cinema
Kappa e Spalla 09.04.2026, 18:15
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Il disvelamento raggiunge picchi di comicità involontaria quando, dopo un taglio dei costi più spreconi della rivista (che consiste nella rinuncia alle auto blu e ai voli in prima classe), Andy osserva Miranda “costretta” a volare con i comuni mortali. Costretta. A prendere un aereo. Al tempo della riduzione dei voli, del tip tap di Trump sullo stretto di Hormuz, delle crisi (economica, sanitaria e chi più ne ha più ne metta) e di quel che ci hanno lasciato, non solo nel mondo del giornalismo ma anche nel mondo del giornalismo. Ebbene, è in tale contesto che Andy commenta: «Ma che cos’ha Miranda? Perché sopporta tutto questo?». Giusta questione per la nostra giornalista d’inchiesta: come mai la sua capa sopporta un volo gratis? Argh.
Non è corretto spoilerare il finale.
Si può, però, dire che il primo film salvava la faccia a Andy, e con lei al film stesso. Questo no. Qui il diavolo è lei, e gli sceneggiatori continuano a volercela presentare come una buona che ha solo rinunciato alla perfezione (vendersi diventa sinonimo di umanità, e una scena in Italia davanti all’Ultima cena non ci risparmia neanche il paragone del diavolo-Miranda con Cristo).
Della wannabe giornalista investigativa non resta niente, dei suoi decantati valori men che meno.
Per un finale in bellezza, Andy si mette con un palazzinaro. E vissero tutti felici e contenti.








