Intelligenza artificiale. Una locuzione che da un paio d’anni è entrata a far parte del nostro lessico quotidiano. Ne leggiamo sui giornali, ne parliamo alla radio e in tv e, in diversi casi, molti di noi hanno imparato a farvi ricorso. Chi la usa per lavoro, chi cerca risposte alle proprie domande, chi ne fa un utilizzo creativo componendo canzoni, testi, opere di grafica o persino pittoriche, se così si può dire. Nonostante tanta prossimità l’aggettivo artificiale a me continua a significare una incolmabile estraneità. Nel corso dell’ultima edizione di Endorfine Festival a Lugano ho assistito all’incontro con lo scrittore cileno Benjamin Labatut, moderato dalla collega Moira Bubola.
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