Cinema

Falcon e i piccioni

Storia breve di Capitan America, tra razzismo e patriottismo americano

  • Ieri, 17:03
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Anthony Mackie è Capitan America nel nuovo film

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Di: Michele Serra 

Capitan America è nero, nell’ultimo film Captain America: Brave New World. Non è una novità, non è un colpo di scena, è un fatto ormai acclarato, non suscita più scandalo.

La destra americana ancora non lo vede di buon occhio, certo, ma di questi tempi ha spostato la sua attenzione su bersagli ben più importanti; sono passati undici anni da quando l’eroe afroamericano Sam Wilson è diventato Capitan America nei fumetti, e sei da quando lo abbiamo visto ricevere lo scudo con la stella sul grande schermo, durante Avengers: Endgame; i dubbi di un nero nell’accettare il ruolo di Capitan America sono stati raccontati esaurientemente (e più o meno superati) nella serie televisiva The Falcon and the Winter Soldier.

Eppure, la questione razziale è destinata ad affacciarsi periodicamente sulla superficie della storia di Capitan America, come un fiume carsico. Perché in fondo è sempre stato così. E perché Capitan America è inevitabilmente il personaggio più politico dell’universo Marvel. 

Quando nel 1940 Joe Simon e Jack Kirby lo crearono, Capitan America (dotato ai tempi di uno scudo triangolare) incarnava l’idea dell’uomo comune trasformato in eroe grazie a un’iniezione di valori americani, in senso quasi letterale: è il siero del supersoldato che fa sviluppare muscoli e abilità eccezionali al giovane Steve Rogers, volenteroso ma rachitico. Ma critici e studiosi nel corso degli anni hanno rilevato come i due autori, immigrati ebrei di umili origini come molti dei cartoonist che hanno gettato le fondamenta del mito dei supereroi, non potessero che pensare a un eroe che, come loro, doveva indossare una maschera per inserirsi pienamente nel sistema americano, nonostante la piena adesione ai valori dell’American Dream. Una storia diversa e parallela da quella di Superman, creato da Jerry Siegel e Joe Schuster, che può rappresentare invece l’immigrato americano talentuoso e individualista, che riesce ad avere successo grazie alla sua etica del lavoro. Anche Siegel e Schuster erano immigrati ebrei, e il fatto che sia Superman che Capitan America – il secondo già al suo esordio nelle edicole – abbiano combattuto Hitler sulle pagine dei fumetti, non è ovviamente un caso: gli ebrei americani erano ben consci di quello che stava succedendo al loro popolo, al di là dell’Atlantico. 

Negli anni Quaranta, la combinazione di anti-nazismo e radici ebraiche degli autori aveva portato già a qualche episodio inquietante: Simon e Kirby hanno raccontato di personaggi dall’aria sospetta che si aggiravano fuori dall’edificio newyorchese dove si trovavano gli uffici della Timely Comics, azienda progenitrice della Marvel che pubblicava Captain America ai tempi. Erano quelli dello “America First Committee”, gruppo “isolazionista” – più spesso, apertamente fascista – che osteggiava l’idea dell’intervento americano nella Seconda guerra mondiale. Dalla Timely chiesero più volte l’intervento della polizia, e la leggenda (riportata tra gli altri anche da Sean Howe, principale biografo della Marvel) narra che alla fine Simon ricevette una telefonata dal sindaco Fiorello LaGuardia, che gli rivelò di essere un appassionato lettore di fumetti, assicurandogli che avrebbe rafforzato la vigilanza nel quartiere e che nessuno dell’America First li avrebbe mai più disturbati.

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Capitan America: Brave New World

RSI Cultura 15.02.2025, 18:00

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  • Il divano di spade, Rete Tre

Buffo pensare che oggi “America First!” sia uno degli slogan più in voga del trumpismo, e che alcuni degli ideologi della destra americana (come il giornalista Tucker Carlson) abbiano attaccato direttamente il fumetto Captain America con protagonista Sam Wilson, ai tempi della sua prima pubblicazione. Ed è altrettanto buffo che la storia oggetto di questi attacchi vedesse il Capitano combattere contro i Figli del Serpente, un gruppo di supercattivi che sono, fondamentalmente, un gruppo suprematista bianco: in pratica, un Ku Klux Klan versione Marvel. I Figli del Serpente, infatti, non sono certo un’invenzione recente usata per “prendere di mira i conservatori”, ma sono apparsi per la prima volta negli anni Sessanta, e sono nemici perfetti per Capitan America, che da sempre è icona dell’unità del popolo americano – e l’unità è ovviamente messa in pericolo da qualsiasi istanza razzista.

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Dunque: Capitan America è un fumetto antirazzista-progressista-egualitario? Beh, insomma.

Capitan America, nella sua versione originale, era un uomo bianco, biondo, con gli occhi azzurri: nasceva per prendere a pugni Hitler, ma allo stesso tempo si può dire che riflettesse l’ideale estetico ariano.

Gli Stati Uniti dell’epoca della Seconda guerra mondiale erano percorsi, com’è ovvio, da un forte sentimento patriottico, che spesso sconfinava nel nazionalismo. Di supereroi patriottici, tra i fumetti venduti nelle edicole, ce n’erano molti: Captain America Comics era la testata più popolare, tanto che non parlava solo ai bambini e all’opinione pubblica interna, ma era inviata anche ai soldati oltreoceano. Simbolo del fervore nazionalistico, il fumetto ne rifletteva anche gli aspetti xenofobi: i tedeschi erano rappresentati come idioti crudeli, disegnati con denti acuminati e lineamenti chiaramente malvagi, demoniaci. Anche i giapponesi avevano denti sporgenti, schiene ricurve, erano molto bassi e molto gialli (ok, forse c’entra anche il fatto che le tecniche di stampa dell’epoca non permettevano una grande scelta di sfumature). Ma non erano solo i nemici, a essere rappresentati secondo stereotipi razzisti. The Young Allies, ad esempio, era una serie spin-off di Captain America Comics, che narrava le avventure di un gruppo di ragazzini in lotta contro le forze dell’Asse, agli ordini di Bucky, il giovane aiutante di Capitan America. Tra di loro, spiccava Whitewash Jones, teenager afroamericano pressoché incapace di parlare inglese in modo intelligibile, ricalcato sullo stereotipo del lacchè incapace di pensiero (spesso anche di azione), e soprattutto quasi indistinguibile da una scimmia nell’aspetto. Eppure, nonostante rappresentazioni che oggi sarebbero considerate inaccettabili, il messaggio rimaneva quello, già citato, dell’unità: «Solo insieme, tutti quanti, noi americani (di ogni etnia ed estrazione) possiamo sconfiggere gli imperi fascisti». O qualcosa del genere. Una squadra, insomma, in qualche modo “inclusiva” – anche se non proprio in senso moderno…

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Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la popolarità di Capitan America va scemando. Il personaggio viene dimenticato e poi “scongelato” da Stan Lee nella Marvel di metà Sessanta. Anche in questo caso, letteralmente: ripescato e risvegliato dai Vendicatori (Avengers, se preferite il nome internazionale del ventunesimo secolo) dopo essere rimasto ibernato tra i ghiacci dell’Alaska. E dopo qualche anno, si scongela anche la questione razziale: Capitan America ha un socio, ed è nero.

L’eroe in questione si chiama Falcon. La prima volta che i due si parlano, il Capitano nota che il suo accento “sembra venire da Harlem”. E Falcon annuisce: certo, un nero non può che venire dal quartiere simbolo della comunità black, soprattutto se a scrivere la storia è un newyorchese doc come Stan Lee. Falcon, per il primo mese della sua permanenza nell’universo Marvel, non ha neppure un nome: solo nel numero successivo rivelerà di chiamarsi Sam Wilson. Questo particolare non può che far pensare che, in fondo, nella testa dell’autore Stan Lee il personaggio fosse appiattito sulla razza. Come dire: il nome non è importante, è il supereroe nero, e questo già basta a definirlo. Altri tempi, dicevamo. Tempi in cui era normale che il supereroe nero andasse in giro a torso nudo, o con un costume particolarmente succinto. O che avesse una particolare affinità con il mondo animale: Falcon può comunicare con il suo falco di nome Redwing, e racconta a Capitan America della sua passione per i piccioni, che allevava ad Harlem quando era un ragazzino. Sembra un dettaglio insignificante, eppure i piccioni sono un chiaro simbolo sociale: rappresentano le classi popolari della città. E nel caso di New York, classi popolari fa spesso rima con afroamericani. Vengono in mente le celebri immagini di Mike Tyson con i piccioni: una passione che dichiara un’estrazione socioeconomica precisa.

Figlio del successo dei film Blaxploitation, Falcon condivideva con quel genere cinematografica la natura di arma a doppio taglio: da una parte dava una rappresentazione ai neri, dall’altra lo faceva solo attraverso una serie di stereotipi, romanticizzati e impacchettati (spesso da autori bianchi) in modo da poter essere venduti al pubblico del cinema o dei fumetti. Alla fine, però, nonostante gli stereotipi, non si può negare che il solo fatto che Falcon fosse su quelle copertine rappresentava un progresso. E pare che la sua presenza aumentò anche le vendite del fumetto.

Nel 2025, possiamo dire che fosse anche l’inizio di un percorso che avrebbe portato quello stesso supereroe nero, finalmente tridimensionale e libero dagli stereotipi, a occupare il ruolo dell’eroe patriottico made in Usa per eccellenza. Un patriota che condivide doveri, responsabilità e sogni del suo paese, senza dimenticare le sue radici. Chissà come interpreterà la nuova era americana, tutt’altro che unitaria, destinata ad aprirsi davanti ai suoi occhi.

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