Scienza e Tecnologia

Il prezzo ambientale dello sci

I comprensori sciistici mettono a dura prova l’ecosistema alpino, ma la ricerca non è ancora riuscita a fotografare ogni aspetto del suo impatto

  • Oggi, 15:28
  • Oggi, 16:50
sci ambiente
  • KEYSTONE/Anthony Anex
Di: Red. giardino di Albert / Simone Pengue 

Piste bianche anche se non nevica, tracciati privi di rocce e alberi da cima a valle, seggiovie moderne sempre in funzione. È quello che offrono i blasonati comprensori sciistici svizzeri, costi quel che costi, tra cannoni sparaneve, motoseghe e ruspe. A pagarne il prezzo, oltre agli sciatori crucciati per skipass sempre più cari, è l’ecosistema. La ricerca scientifica a riguardo è ancora limitata, ma porta convincenti prove delle difficoltà che devono affrontare gli animali e le piante che vivono da sempre nelle zone dove, nel corso dello scorso secolo, sono comparse le stazioni sciistiche, che ora occupano circa lo 0.8% del territorio alpino. Il fragile ecosistema d’alta quota, già messo a dura prova dall’innalzamento delle temperature, risente fortemente dell’invadente interruzione artificiale delle foreste e delle praterie dovuto alle piste e agli impianti di risalita. Il professore di ecologia dell’Università di Milano Mattia Brambilla, specializzato in ambiente alpino, spiega che «l’impatto varia sicuramente da specie a specie, da ambiente ad ambiente e da pista a pista. Quello che in generale si osserva è che comunque i comprensori sciistici sono sempre associati ad un’alterazione dell’ambiente in cui vengono realizzati, quindi ci saranno sempre delle specie che rispondono a questa alterazione».  

17:18

Sci e ecosistema

Tra le righe 27.02.2025, 15:30

  • Imago Images
  • Isabella Visetti e Natascia Bandecchi

Per dare uno sguardo d’insieme allo stato dell’ecosistema, spesso i ricercatori concentrano i propri sforzi sugli gli uccelli, che vengono scelti di sovente in quanto ottimi indicatori ecologici.  Tra gli impatti diretti, hanno così osservato un peggioramento delle condizioni di vita dei galliformi come i fagiani di monte e i galli cedroni, entrambe specie fortemente minacciate in Svizzera. Di notte, questi uccelli poco abili a volare non si accorgono della presenza dei cavi sospesi degli impianti e vi impattano in modo spesso fatale. Inoltre, alcuni studi sui galliformi evidenziano come la presenza degli sciatori fuori pista aumenta il livello di stress fisiologico e il carico di parassiti. «Alcune conseguenze non sono immediatamente percepibili, ma sono effetti indiretti visibili solamente con indagini apposite», commenta Mattia Brambilla.  

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Un fagiano di monte, specie sensibile presente anche in Ticino

  • IMAGO

Per altri uccelli, invece, tracciare un bilancio è più difficile, perché la presenza umana offre dei vantaggi che a volte nascondono dei prezzi da pagare. È il caso del fringuello alpino, molto studiato sulle montagne europee, che utilizza i piloni delle seggiovie e altre installazioni per instaurarvi il nido, ma che poi fatica a trovare nei paraggi il cibo per i pulcini a causa dell’intensa attività umana. Alcuni uccelli della famiglia dei corvidi, considerati “generalisti” in quanto capaci di adattarsi a situazioni differenti, come corvi, cornacchie o gracchi, approfittano degli scarti cibo lasciati intorno ai rifugi o lungo le piste, ma la disponibilità di nutrimenti favorisce l’aumento della loro popolazione e altera l’equilibrio naturale della catena alimentare. Questo può portare a un danno per le altre specie, delle quali possono predare le uova o i pulcini, come la pernice bianca, un uccello già a rischio estinzione a causa proprio del riscaldamento climatico e dei comprensori sciistici. 

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Una pernice bianca

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Al momento la ricerca scientifica non si è ancora espressa con chiarezza circa le conseguenze dei comprensori sciistici su mammiferi di media e grossa taglia, come volpi, lupi o cervi, ma è stato rilevato che diverse specie di piccole dimensioni li soffrono molto. Infatti, agli occhi di un’arvicola o di un toporagno, una pista appare come una larga e uniforme distesa di neve priva di riparo dai predatori e troppo compatta per poter essere scavata. «Questi roditori sono quasi totalmente assenti sulle piste, mentre sono relativamente comuni nei boschi intorno. Verosimilmente non riescono ad attraversarle perché vengono percepite come barriere troppo pericolose», spiega Mattia Brambilla. 

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Un'arvicola

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Una delle alterazioni più visibili che l’uomo comporta all’ambiente alpino è la produzione di neve artificiale, una risorsa ormai fondamentale per poter aprire le piste durante il periodo natalizio, nonostante comporti forti consumi di energia elettrica, il prelievo di acqua dalle risorse locali e la generazione di forti rumori. Le ricerche mostrano da decenni che la neve prodotta dall’uomo, pur essendo generalmente composta solo da acqua, altera l’equilibrio del suolo e danneggia la biodiversità. Il ricercatore dell’Istituto per la neve e per le valanghe SLF di Davos Christian Rixen spiega che «con la neve artificiale ci sono circa settanta centimetri in più di neve che, ovviamente, impiega più tempo per sciogliersi. Si tratta di due o tre settimane in più, ma che in un’estate corta come quella alpina fanno la differenza». Infatti, le ricerche hanno mostrato che solo le piante più resistenti alla presenza della neve fanno in tempo a crescere e prosperare, portando anno dopo anno a una diminuzione della copertura e della diversità delle specie sui terreni dove viene utilizzata neve artificiale. «La neve artificiale non è buona o cattiva in senso assoluto, ma mostra con chiarezza che se influenzi il manto nevoso e le condizioni ambientali le piante ne risentono», commenta Christian Rixen. La perdita della varietà delle piante ha importanti effetti anche sugli insetti e, a catena, su tutto il resto della piramide alimentare, specialmente in un ambiente scarso di risorse come quello d’altura. 

24:12

Per amore della montagna

RSI Info 18.03.2023, 18:00

  • Keystone

Anche la costruzione e la manutenzione delle piste, come di ogni altra opera edile, sono fortemente impattanti sull’ecosistema alpino, a partire dalle piante e dagli insetti, maggiormente sensibili alle condizioni del terreno. Infatti, per realizzare piste uniformi, vengono rimossi gli strati superficiali del suolo, ricchi di nutrienti e di semi. «Qualunque cosa si costruisca ad alta quota, è meglio essere attenti a come si maneggiano il suolo e le piante per molte ragioni diverse: biodiversità, erosione o estetica», commenta Christian Rixen. L’Istituto per la neve e per le valanghe si è impegnato a supportare i lavoratori e le imprese che operano in ambienti alpini attraverso la produzione di linee guida per ogni tipo di intervento edile o infrastrutturale. «C’è l’humus, la materia organica in superficie, e poi i vari tipi di suolo sottostanti. Se gestisci questi strati con cura, li ripristini nel modo più preciso possibile e poi riempi le lacune con i semi giusti, provenienti dall’habitat adeguato, puoi ridurre significativamente l’impatto», spiega il ricercatore SLF. Circa ogni due anni, il gruppo di lavoro per l’inerbimento in alta quota, di cui Christian Rixen è presidente e parte dell’Associazione Svizzera di Bioingegneria, elargisce un premio ai progetti più meritevoli, siano impianti di risalita, strade, edifici abitabili o altro. «Se vediamo che le persone che lavorano nella zona di costruzione hanno prestato grande attenzione alla natura e si sono impegnate a ridurre al minimo i danni assegniamo loro un premio – racconta Christian Rixen - perché è importante non solo sottolineare i problemi, ma anche riconoscere gli sforzi positivi. Ovviamente, non vogliamo il greenwashing (“ecologismo di facciata”, ndr), ma riconosciamo che alcune persone sono consapevoli degli errori fatti nei decenni scorsi e vogliono davvero migliorare le cose».  

A livello mondiale, la ricerca sull’impatto delle stazioni sciistiche sugli ecosistemi non è tanto abbondante e ricca quanto ci si potrebbe aspettare dal confronto con tematiche simili. «Io spero che gli sforzi si intensifichino - commenta Mattia Brambilla - Il traguardo di avere dei comprensori compatibili con gli ecosistemi e le specie di montagna è ancora ben lontano. Ci sono alcuni segnali di una volontà di lavorare in questo senso, ma, a parte alcune lodevoli eccezioni, c’è ancora poco dialogo anche tra chi fa ricerca e chi gestisce gli impianti». Nella Svizzera italiana, il comprensorio sciistico di Airolo pone attenzione all’ambiente per temi come la gestione dei rifiuti, il consumo idrico dei cannoni e un cauto utilizzo dei gatti delle nevi, ma attualmente non prende misure specifiche per la salvaguardia dell’ecosistema. Il motivo è da ricercare ancora una volta nella scarsità sia di ricerche scientifiche che di proposte di contromisure adeguate. Il direttore del comprensorio sciistico Nicola Mora fa eco all’appello del ricercatore dell’Università di Milano dichiarando che «dinanzi a evidenze o argomentazioni scientifiche noi saremo sicuramente disposti a introdurre delle misure se non correttive, almeno di mitigazione». Alcuni comprensori francesi hanno installato delle protezioni per l’avifauna vicino ai cavi sospesi, ma non è chiaro se stiano effettivamente prevenendo le collisioni. Altre zone di Svizzera, Francia, Germania e Austria hanno bandito il fuori pista da alcune aree ben delimitate in modo da proteggere il fagiano di monte e il gallo cedrone. Solo attraverso maggiore ricerca scientifica è possibile capire dove, come e perché intervenire. A quel punto, per rendere più sostenibile lo sci, basteranno il dialogo e la volontà. 

06:07

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