Netflix ha lanciato una nuova serie che sta già facendo parlare di sé: a soli quattordici giorni dal debutto, Adolescence è in cima alla classifica delle più viste in Svizzera sulla piattaforma e ha ottenuto ascolti record a livello globale. Ma cosa la rende così avvincente? Semplice, la narrazione riflette l’attualità del Regno Unito e di molti altri Paesi: gli attacchi con i coltelli che finiscono regolarmente sulle prime pagine dei giornali, l’influenza di maschilisti come Andrew Tate e della retorica misogina su alcuni giovani, l’impossibilità di controllare la vita online degli adolescenti.
Senza fare spoiler, il Faro del Telegiornale ha approfondito la serie insieme ad Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ricercatore e autore.
La trama si apre con l’arresto, nelle prime ore del mattino, del tredicenne Jamie. Un preadolescente che, come ha sottolineato Pellai, ha “il corpo e il volto di un bambino” e che dorme con un orsacchiotto di peluche, che stringe a sé con le stesse mani che potrebbero aver usato un coltello per uccidere una coetanea.
“È una serie molto bella ma che arriva come un pugno nello stomaco a noi genitori. È molto disturbante, molto perturbante”, e “tocca quelle che sono oggi le ansie e le paure dei genitori del terzo millennio”, ha affermato lo psicoterapeuta. Adolescence, infatti, affronta temi di bullismo, violenza psicologica e radicalizzazione e di molti giovani ragazzi verso una visione estrema della propria mascolinità e del proprio rapporto con il genere femminile.
Il ruolo dei social media
Tra gli antagonisti della storia ci sono i social media, causa di solitudine, bullismo, ansie e pregiudizi. Secondo Alberto Pellai, è impossibile sviluppare anticorpi e difese per proteggere i più giovani da queste piattaforme, perché sono “invasive, pervasive e basate sulla logica dell’algoritmo. Quando guardano ai nostri figli, non hanno cura di tutelarne la fragilità e la vulnerabilità, ma le manipolano”. I preadolescenti vengono quindi a confrontarsi con narrazioni che non hanno niente a che fare con il punto della vita in cui si trovano loro e diventano vittime di “un’ansia di non essere al pari del grande gruppo allargato che si muove dentro i social. Ogni anno ingaggiano sempre prima e sempre più intensamente ragazzi, ragazze, bambini e bambine che non sono pronti a farne buon uso”.
Le influenze sui giovani
Per la serie, i più vulnerabili sono proprio gli adolescenti e i preadolescenti maschi. Molti di loro vengono infatti risucchiati in un vortice di autocommiserazione e misoginia. Il termine “incel” (celibi involontari) si riferisce proprio a questo: ragazzi che, nonostante il forte desiderio di relazioni sentimentali o sessuali, non riescono a trovarne. Spinti da influencer e altri uomini che condividono le loro frustrazioni, attribuiscono la causa del loro insuccesso alle donne, ai loro comportamenti e alla loro selettività.
Pellai commenta la scelta della sceneggiatura di associare un preadolescente con la cultura dei celibi involontari. “Un tredicenne che si confronta con la posizione nel mondo degli incel, quando lui probabilmente non sa ancora cosa voglia dire dare il primo bacio”, è un esempio di modelli con cui i giovani si confrontano, ma che non hanno niente a che fare con la loro esperienza.
“Proprio nei social media, ai nostri figli maschi, si propone un modello centrato sul vero uomo e non sull’uomo vero”. Quindi gli stereotipi di genere, il sessismo e il maschilismo condizionano gli adolescenti “proprio in un tempo in cui noi stiamo cercando di promuovere un’educazione che cambi questo stato delle cose”.
Anche il ruolo e la consapevolezza delle ragazze sono cambiati. Loro stesse, spiega lo psicoterapeuta, sono vittime di “questa modalità totalmente anomala con cui i social media propongono loro modelli e identificazioni”. Una ragazza su due che ha un profilo nei social prima dei 16 anni sviluppa infatti paure e ansie riguardo al proprio valore e alla propria immagine corporea.
Cosa può fare la famiglia?
In Adolescence, la violenza scoppia in una famiglia in cui i genitori si prendono cura dei propri figli e questo rende l’impatto della narrazione ancora più forte. Secondo Pellai, è proprio qui che risiede il successo della serie: i genitori che la guardano non possono fare altro che empatizzare con un padre e una madre “così connessi, così competenti, eppure così impotenti”.
È quindi questo l’appello che Alberto Pellai lancia agli adulti: “In questo momento c’è bisogno di creare una maggiore alleanza tra i genitori, di fare un’inversione di marcia significativa rispetto alla digitalizzazione della vita dei nostri figli e di riconquistare una socialità autentica nel mondo reale”.
La violenza giovanile
La violenza tra i giovanissimi, in forte crescita negli ultimi anni, è dovuta sì a uno sfogo di emozioni che non sanno come altro espellere, ma anche a un’esposizione sempre maggiore e sempre meno controllata di immagini di aggressività e crudeltà. Questo accade nella musica, nei film e nelle narrazioni popolari che arrivano agli occhi e alle orecchie degli adolescenti, plasmandone la percezione.
Dopo l’uscita della serie, il primo ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato di averla guardata con i suoi figli e ha riconosciuto l’urgenza di affrontare il problema della radicalizzazione online e della mascolinità tossica. Inoltre, è stata lanciata una campagna nelle scuole britanniche per combattere la cultura misogina tra gli adolescenti, dimostrando come un’opera di narrativa possa influenzare il dibattito pubblico e portare a misure concrete per affrontare questioni sociali complesse.