Filosofia e Religioni

Il “testamento” di padre Dall’Oglio

Da De Foucauld a San Francesco

  • 31.07.2023, 14:25
  • 04.10.2023, 08:55
Paolo Dall'Oglio

Paolo Dall'Oglio

  • gesuiti.it
Di: Paolo Rodari 

“Un monastero nel deserto è una luce che si vede da lontano, è una fermata sulla strada, una stazione del pellegrinaggio; per noi è come la quercia di Mamre dove Dio diventa nostro ospite e noi diventiamo i Suoi ospiti”.

Sono alcune parole tratte dalle ultime conferenze tenute da padre Paolo Dall’Oglio e pubblicate nel volume “Il mio testamento” (Centro Ambrosiano Editrice), curato dal giornalista ticinese Luigi Maffezzoli, con la Prefazione di Papa Francesco. Di fatto, si tratta come di un testamento del sacerdote gesuita rapito dall'Isis nella città di Al-Raqqa, in Siria, il 29 luglio 2013 e di cui non si hanno più notizie. Dall’Oglio fondò la comunità monastica, ecumenica e mista, di Deir Mar Musa in Siria. Per le sue posizioni contro il regime e a favore della pace venne allontanato dal Paese nel 2012. Nel 2013 riuscì a raggiungere Al-Raqqa, sempre in Siria, per portare avanti il suo impegno per la pace e la riconciliazione. Ma dal 29 luglio di lui non si sa più nulla.

22:35

Incontro con Paolo Dall’Oglio. Per la pace in Siria

Segni dei tempi 05.01.2013, 01:00

“Con una certa emozione – scrive Papa Francesco – si sfogliano le pagine di questo libro in cui padre Paolo Dall’Oglio commenta la Regola della comunità monastica di Deir Mar Musa; racconta cioè le intenzioni profonde che lo avevano mosso nel far rinascere un monastero siriaco antichissimo, del VI secolo d.C., recuperando la grande tradizione spirituale dei padri del deserto e insieme donandole il senso nuovo di una testimonianza dell’amore di Cristo nel contesto arabo-musulmano”. “Mar Musa al-Habashi (San Mosè l’Abissino) – continua Francesco – era la sua creatura, concepita con tanto amore: queste conversazioni con i suoi confratelli ci trasmettono una grande passione. Uno spirito libero, che rifiuta formalismi e frasi di circostanza; a volte estremo, come lui stesso riconosce con una dose di autoironia. Queste conversazioni svelano anche la profondità della sua visione, il punto sorgivo del suo impegno”.

Prima di essere rapito, Dall’Oglio aveva cercato nel nord della Siria un contatto con i rapitori di due vescovi, uno siro-ortodosso e l’altro greco-ortodosso, sequestrati poche settimane prima. “Poi il buio”, scrive ancora il Papa. Che ricorda come “ai suoi familiari e ai suoi amici è stato negato finora anche il gesto di pietà di un corpo restituito, su cui piangere e a cui dare dignitosa sepoltura”. Eppure, nonostante “non abbiamo parole per esprimere questo dolore e non siamo in grado di dare un nome e un perché all’odio dei suoi possibili persecutori”, sappiamo tuttavia “ciò che lui non avrebbe desiderato: incolpare della sua misteriosa e drammatica scomparsa l’Islam in quanto tale; rinunciare a quel dialogo appassionato in cui lui ha sempre creduto con lo scopo di ‘riscattare l’Islam e i musulmani”.

E in effetti, “su questo punto padre Paolo era molto chiaro. Non ignorava i problemi, ascoltava i racconti di sofferenza dei fratelli arabi cristiani, dei copti, dei caldei, dei maroniti, degli assiri… Ma sentiva come vocazione specifica dell’agire suo e della sua comunità monastica la via della fraternità. ‘Pertanto – affermava – qualunque sia la situazione, e tenendo conto del peggio che può accadere, rimane, per quei cristiani che sono chiamati da Dio, il ruolo dell’amore per tutti i musulmani’”.

Lo sguardo di Dall’Oglio non era fondamentalista, ma misericordioso, “lieve – dice ancora Francesco -, pieno di quella speranza che non delude perché riposa in Dio. Sempre aperto al sorriso. Così è commovente rileggere oggi alcuni passaggi profetici di un testo che tanto assomiglia a un testamento spirituale. In particolare, quando padre Paolo parla del giorno della sua offerta finale per Gesù: «Io dico: la nostra vocazione nel contesto musulmano dovrebbe essere adornata da una risata di gioia. E sia giorno di gioia, se Dio vuole, il giorno in cui gusteremo l’offerta finale per Gesù, e chiediamo questa grazia; perché è una grazia che nessuno può attribuirsi”.

Ma qual è la regola che padre Dall’Oglio ha consegnato? Lo scrive bene, sempre nell’introduzione, padre Jihad Youssef, monaco e superiore proprio della Comunità monastica Deir Mar Musa. Dall’Oglio ne ha consegnato il cuore, poi confluiti negli statuti approvati dalla Congregazione per la Dottrina della fede. La Regola testimonia l’importanza e il valore “della piccolezza evangelica e del lavoro nel nascondimento della vita di Nazaret seguendo l’esempio di Charles de Foucauld in Palestina”. Troviamo tra queste pagine “apprezzamento per la vita eremitica sufi, ossia la totale e assoluta dedizione al Signore nell’amore mistico che vissero i padri e le madri del deserto nella Chiesa dei primi secoli, e la necessità di mantenerla viva ancora oggi, nella sua forma più radicale di solitudine, oppure nella forma cenobitica”.

La Regola è inoltre “impregnata dal sapore ignaziano del discernimento spirituale, in particolare negli esercizi spirituali secondo il metodo di sant’Ignazio di Loyola”. La Regola di Paolo “avvicina in qualche modo la nostra vita anche alla spiritualità di san Francesco d’Assisi. La Regola qui commentata è assimilabile in qualche modo alla regula non bullata del poverello d’Assisi: il testo fondativo che non fu approvato dalla Chiesa ma che rimane la pietra miliare di tutta la tradizione francescana”. Francesco desiderava “predicare il Vangelo e mostrare la verità della fede cristiana di fronte all’Islam, disposto anche ad affrontare per questo la prova del fuoco. Al posto del martirio incontrò l’ospitalità del Sultano, che gli garantì protezione, lui che proveniva dall’Europa degli eserciti crociati invasori. Fu così, allora, che Francesco insegnò ai frati il più alto grado di obbedienza, cioè quello di vivere in mezzo ai ‘Saraceni’, confessandosi umilmente cristiani, ma senza fare proselitismo e lasciando allo Spirito Santo di sussurrare nei loro cuori cosa fare e come agire”.

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