Sono emersi dettagli sugli arresti eseguiti ieri in Ticino, in margine ad una più ampia operazione contro la ‘ndrangheta condotta dalla procura di Brescia. Su richiesta delle autorità italiane la polizia è intervenuta ieri mattina, prima delle 07.00, in una tranquilla strada residenziale di Novazzano: è qui che avevano base le attività di un 65enne originario della provincia di Bergamo. Questi, nell’autunno del 2022, aveva proposto una vendita di materiale ad un imprenditore italiano in difficoltà.
Si trattava di un milione e mezzo di euro ma, di lì a poco, aveva preteso il pagamento immediato di un milione, e con tanto di minacce. A Milano si era così presentato con un malavitoso calabrese, armato. Con violenza via via crescente, all’uomo sarebbero così stati sottratti orologi di lusso e un quadro.
Le pretese di denaro, facendo leva su interessi maturati, configurano per l’accusa il reato di estorsione. E l’attitudine criminale, sempre secondo gli inquirenti italiani, sarebbe provata anche dal fatto che il titolare della società di Novazzano era solito acquistare in nero del materiale edile nelle province di Bergamo e Brescia per poi, al momento di venderlo, creare una giustificazione contabile grazie a fatture false prodotte da alcuni cinesi residenti nel Milanese.
Un altro arresto, sempre di primo mattino, è stato effettuato ad Arzo. Qui a intervenire è stata la fedpol, su mandato del Ministero pubblico della Confederazione (MPC), a sua volta sollecitata nel 2022 dalla direzione distrettuale antimafia di Milano per attività di riciclaggio e falsità in documenti.
Un 63enne, dal suo ufficio, si occupava di trasferire i bonifici ricevuti su conti correnti asiatici. Seguiva le indicazioni del capo dell’organizzazione criminale, predisponeva false fatture e falsa documentazione a copertura dei movimenti finanziari, dove vi erano margini di guadagno destinati all’associazione per delinquere.
E un metodo d’azione analogo lo troviamo anche per l’altro svizzero che figura nelle indagini, l’amministratore di una società di Mesocco, anche lui attivo nel trasferire bonifici su conti cinesi, per mascherare la provenienza delittuosa del denaro. L’inchiesta penale in Svizzera è ancora in corso, nel massimo riserbo.