Cinema

Blame, la scienza sotto accusa 

Il nuovo documentario del regista svizzero Christian Frei ci riporta all’epidemia di Covid-19

  • Ieri, 12:43
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Un'immagine della pellicola

  • Visions du réel
Di: Chiara Fanetti 

Il film che ha inaugurato ufficialmente la 56esima edizione di Visions du réel a Nyon (in corso fino al 13 aprile) è in qualche modo un “film evento”, trattandosi del nuovo lavoro del regista solettese Christian Frei, uno dei nomi più importanti del cinema documentario svizzero, nominato anche agli Oscar nel 2001 per il lavoro sul fotoreporter di guerra James Nachtwey, intitolato War Photographer.

A Christian Frei i temi controversi, che impongono riflessioni sull’etica delle nostre azioni individuali e collettive, sono sempre piaciuti e con questo nuovo documentario - che ha anche prodotto, montato e scritto - ha deciso di affrontare uno degli eventi che maggiormente ha richiesto ad ognuno di noi, nella storia recente, una grande valutazione dei comportamenti e delle opinioni personali in relazione alla società e al bene comune: l’epidemia di Covid-19.

Blame, che significa “colpa” o anche “responsabilità” e “biasimo”, è suddiviso in quattro capitoli e segue da vicino i percorsi di tre scienziati: Linfa Wang a Singapore, Zhengli Shi a Wuhan e Peter Daszak, zoologo britannico con base a New York. Ad ognuno Frei dedica un piccolo ritratto, ripercorrendone la storia e le tappe professionali più significative, ma la vera trama di Blame inizia raccontando il momento in cui il lavoro di questi tre esperti entra in contatto nel 2003, durante l’epidemia di SARS, quando riescono a rintracciare l’origine del virus in una grotta di pipistrelli in Cina e avvisano politici, comunità scientifica e opinione pubblica che  un nuovo coronavirus avrebbe potuto facilmente comparire nel giro di una decina di anni, contagiando l’uomo. Un allarme che, come globalmente abbiamo potuto constatare, è rimasto inascoltato.

Adottando il punto di vista degli scienziati e assumendosi la responsabilità di porre molte domande senza fornire tutte le risposte, il documentario di Christian Frei si concentra poi sul dibattito, sulle accuse e sulle speculazioni a cui sono state sottoposte le ricerche dei tre scienziati, in particolare il lavoro di Zhengli Shi e di Peter Daszak, nei mesi successivi all’esplosione della pandemia di Covid-19 nel 2020. In uno scontro mediatico con poche regole e tanti slogan, Zhengli Shi è stata accusata di aver creato artificialmente il virus nel laboratorio dell’Istituto di Virologia di Wuhan, malgrado non siano state riscontrate prove a sostegno di questa tesi, mentre Peter Daszak, presidente della EcoHealth Alliance, (organizzazione che si pone l’obiettivo di studiare le origini delle pandemie e sviluppare strategie per prevenirle su scala mondiale) è stato - ed è ancora - oggetto di minacce di morte e dure critiche, fondate sulla convinzione che egli stesso abbia sostenuto il laboratorio cinese di Wuhan per sviluppare il virus letale e diffonderlo in tutto il pianeta, utilizzando fondi pubblici statunitensi.

Il tempo della riflessione

Oltre a farci rivivere un’esperienza collettiva tragica, che ha segnato e traumatizzato le vite di molti - da chi ha contratto la malattia a chi ha perso qualcuno a causa del virus, fino ai numerosi lavoratori e lavoratrici che hanno garantito cure, sostegno e servizi di base alla popolazione - il film di Christian Frei srotola davanti ai nostri occhi la tematica costante che avvolge molti dei dibattiti e dei grandi argomenti attualmente correnti, che si tratti di guerre o di salute mentale, di questioni politiche, economiche o ambientali. È il ruolo del giornalismo, della disinformazione. È la nostra percezione della realtà. È la propaganda, il gioco della politica, la distinzione tra fatti e opinioni.

Frei prova a tenere un punto, che è quello delle evidenze, basandosi su un presupposto che dovrebbe essere condiviso, ovvero che un imputato non è considerato colpevole sino a che non venga dimostrato il contrario; un principio che sembra essere sempre meno presente nei media o in politica. Il regista, anche se sa di addentrarsi in un discorso controverso, assume una posizione che è quella di affidarsi a chi ha delle basi di discussione, a chi ha raccolto prove e fatto test, a chi era presente, a persone esperte di un settore, e lo fa in opposizione ad una controparte che non ha in effetti niente di concreto per sostenere le proprie accuse, se non supposizioni, sospetti, coincidenze, interessi e soprattutto una grande necessità di trovare un colpevole.

Il documentario ha dei tempi diversi rispetto a quelli dell’informazione, delle news, e può - anzi, deve - muoversi seguendo i ritmi della riflessione. Può ricordare, ma deve emanciparsi dalla paura e dall’emozione del momento, cercando uno sguardo più ampio, che possa davvero valutare e raccogliere con maggior attenzione fatti, dichiarazioni, eventi. Non per forza però questo porta a risposte certe. Il lavoro di Christian Frei - che lo vede coinvolto anche in prima persona, a video, insieme ai suoi protagonisti - ha il coraggio di schierarsi e chiede allo spettatore di considerare la sua ricerca, di valutare il suo lavoro. Sa di muoversi in un contesto mondiale fragile, dove ogni voce può essere distorta e sovrastata da toni più aggressivi e minacciosi. Sa che in molti casi oggi vince l’esigenza della soluzione veloce, della risposta immediata - poco importa se basata sul niente, basta che arrivi - e che l’esposizione più veritiera, se non giunge ad una soluzione, è vista come la più debole.

Cosa pretendiamo dalla verità?

Ci sono dei momenti di fragilità in Blame, dove l’evidente legame di amicizia e prossimità tra il regista e i tre scienziati può mettere in dubbio l’obiettività dello sguardo e della ricostruzione. Cosa abbiamo però dall’altra parte, ci sono certezze? Allora cosa determina quale “incertezza” vale di più? Il film, in una scena ambientata in una grotta, ci dimostra come spesso siamo più disposti a vedere qualcosa che ci aspettiamo di trovarci davanti, invece di riconoscere ciò che abbiamo davvero di fronte agli occhi.

Il documentario di Christian Frei non offre molte risposte, ci chiede però di ascoltare anche il lavoro silenzioso e lento di chi si muove senza proclami, senza urlare, cercando di elevarci sopra tutte queste voci che ci raggiungono quotidianamente, e che nel film restano sempre presenti, abilmente poste fuori campo.

14:47

Al cinema!

Tra le righe 03.04.2025, 14:00

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  • Natascia Bandecchi e Sarah Tognola

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