Società

Antonelli: parole armate, disarmanti, indifese

A Cliché, il linguista ci ha invitato a disinnescarle, a riscoprire il loro potere nascosto. E soprattutto a curarci di quelle che decidiamo di impiegare 

  • Ieri, 11:57
08:36

Giuseppe Antonelli

RSI Cliché 01.04.2025, 09:00

  • RSI
Di: Alessandro Chiara   

Non so avete mai avuto la stessa sensazione del sottoscritto (anzi soprascritto): di vivere in un mondo che offre una quantità sterminata di strumenti per affinare la lingua, promuovendo un uso consapevole di essa, e una quantità ancora più sterminata di esempi del suo svilimento.

La sviliamo quando la omologhiamo, quando, semplicemente, non ce ne curiamo, ma anche quando ne abbiamo paura. Nell’era della guerra dell’attenzione, la nostra piccola grande fanteria di vocaboli può fare la differenza.

Per Giuseppe Antonelli, il ruolo del linguista in questo contesto è quello di disinnescare l’impatto potenzialmente devastante della lingua: “Le parole fanno male perché feriscono le persone vicino a noi”.

Ma il politicamente corretto non c’entra: “mi sembra una definizione poco adeguata. Il rispetto per le altre persone non è né di destra né di sinistra, è un fatto di civiltà, è un fatto di umanità, perché non parlare piuttosto di atteggiamento civilmente responsabile, umanamente rispettoso? Cerchiamo di ragionare su qual è l’effetto che certe parole possono avere”.

D’altronde il fine delle parole è la comunicazione. Essere irrispettosi nei confronti del proprio interlocutore non la facilita, ma nemmeno la messa al bando delle parole: “gli atteggiamenti estremistici sono in ogni caso atteggiamenti che non portano a un miglioramento della comunicazione”.

Alcune parole spariscono comunque dal nostro vocabolario, anche senza un intervento censorio: “La lingua è in movimento, cambia a seconda della sensibilità collettiva”. Per esempio, “quella parola che un tempo non portava con sé il valore di insulto dell’inglese nigger (negro in italiano), adesso a tutti gli effetti equivale a un insulto”.  

Ancora nel 1984, Lucio Dalla si permetteva di scrivere versi così, nella canzone Washington: “Ero una macchina negra/Ma adesso mi chiamano Zebra/Da quando mi hanno messo le braccia/Di un bianco di nome John”. Per molto meno, oggi si scatenerebbe un putiferio.

Se dobbiamo evitare per quanto possibile la guerra delle parole, difficilmente invece sfuggiremo alla guerra nelle parole: “c’è una situazione di contrasto, di conflitto, che portiamo dentro di noi, in maniera atavica”, precisa Antonelli. E che funziona dal punto di vista comunicativo.

La politica ne ha fatto un uso smodato. Tutti ricordano la discesa in campo di Silvio Berlusconi in Italia come un esempio efficace di questo lessico: “Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale”.

Nessuno, probabilmente, ricorda invece le parole di Mario Monti che, con in mente Berlusconi, scrisse nel 2012 sull’allora Twitter: “Insieme abbiamo salvato l’Italia dal disastro. Ora va rinnovata la politica. Lamentarsi non serve, spendersi sì. ‘Saliamo’ in politica!”.

“L’idea era quella di nobilitare la politica”, analizza Antonelli, “ma mancava la provenienza, la radice, la guerra che rende l’espressione familiare ed efficace”.

Naufragare in questo mare è tutt’altro che dolce, ma per il nostro mago delle parole, un legno a cui aggrapparsi c’è: “non dire agli altri quello che non vorresti fosse detto a te”.

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Guerra

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