Dopo il “giorno della liberazione” di Donald Trump, sui social media cinesi erano apparsi diversi appelli al governo di Pechino per dare il via al “giorno della punizione”. Si sapeva che la Cina avrebbe reagito in modo duro, per non mostrarsi debole e intimorita di fronte al primo rivale commerciale e strategico, ma non si conosceva l’entità delle ritorsioni. E sul tempismo, quasi tutti scommettevano sul 9 aprile, con un pacchetto di contromisure annunciato subito dopo l’entrata in vigore dei dazi imposti dalla Casa Bianca, come accaduto nei due round precedenti di febbraio e marzo. Potrebbe aver influito un calcolo sull’eventuale contraccolpo sui mercati finanziari, visto che le borse cinesi erano chiuse venerdì 4 aprile per le festività del Qingming, la festa degli antenati. In precedenza, Pechino aveva predisposto ritorsioni mirate, colpendo singoli settori dell’economia statunitense come petrolio, gas e agroalimentare. Una scelta al ribasso, rispetto ai dazi omnicomprensivi di Washington. Stavolta si è scelta l’opzione dell’escalation. Troppo vicino quel 54% totale di tasse aggiuntive al 60% minacciato da Trump in campagna elettorale, per esercitare moderazione. Da qui il 34% generalizzato, percentuale non casuale ma del tutto allineata a quella annunciata nel “Liberation Day” del presidente degli Stati Uniti.
D’altronde, la Cina si stava preparando da tempo a una potenziale seconda guerra commerciale. Tutte le sue mosse in materia di politiche economiche degli ultimi anni erano volte a schermarsi da dazi, sanzioni e restrizioni alle catene di approvvigionamento. La cattiva notizia, per Pechino, è che l’obiettivo è stato avvicinato ma è ancora lungi dall’essere raggiunto. La quota di crescita del prodotto interno lordo legata all’export è ancora notevole, complice la debolezza dei consumi interni, su cui è stato predisposto di recente un ambizioso piano di stimolo. Nessuno ha un surplus commerciale ampio quanto la Cina, che quindi è più esposta di tutti all’impatto di una battaglia dei dazi.
Nonostante il dirottamento dei flussi commerciali verso altri Paesi, a partire dalle economie emergenti del cosiddetto Sud Globale, l’interscambio con gli Stati Uniti è ancora solidissimo. Escludendo i blocchi dei Paesi ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico) e dell’Unione Europea, nel 2024 gli Stati Uniti sono stati il primo partner commerciale della Cina, con un interscambio totale di 688,3 miliardi di dollari e un surplus di 361,1 miliardi. Per fare un paragone, l’anno scorso Pechino ha scambiato con la Russia merci per un valore totale di 244,8 miliardi, con la bilancia per 13,8 miliardi a favore di Mosca. Nel 2024, Pechino ha persino aumentato del 2,7% le esportazioni verso gli USA, dei quali rappresenta il quarto partner commerciale. Tradizionalmente, le principali esportazioni degli Stati Uniti sono i prodotti agroalimentari, in primis la soia, ma anche petrolio greggio, gas, macchinari e apparecchi meccanici, prodotti chimici, plastica, gomma e articoli in pelle. Al contrario, la Cina esporta negli Stati Uniti in primis dispositivi elettronici, computer e componenti per macchinari da ufficio. Il dato che è crollato è quello degli investimenti. Quelli dei fondi di private equity (PE) statunitensi in Cina sono passati da 140 miliardi di dollari nel 2019 a meno di due miliardi nel 2024.

Dazi USA, Cina risponde e le borse crollano
SEIDISERA 04.04.2025, 18:00
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Leggendo questi dati, non è un caso che alla notizia dei contro dazi di Pechino i prezzi del petrolio siano crollati di oltre il 5%. Pesante il contraccolpo anche sull’agroalimentare degli Stati Uniti. Pur in calo, la Cina rimane infatti il più grande mercato per i prodotti agricoli statunitensi, per un valore di 29,25 miliardi di dollari nel 2024. In prima fila la soia, con la Cina che dovrebbe accelerare ora le importazioni da fornitori alternativi come il Brasile, Paese alleato nel gruppo dei BRICS.
Nel pacchetto di contromisure cinesi, c’è anche il ricorso all’Organizzazione Mondiale del Commercio, che segue una tradizione ormai consolidata. Previste anche misure contro le singole aziende: sospese le autorizzazioni all’export per sei imprese statunitensi, mentre altre 11 sono state aggiunte nella lista nera delle entità inaffidabili. Ancora più rilevante è il divieto di esportazione di alcuni prodotti legati alle terre rare. Tra queste il gadolinio, utilizzato in ambito sanitario per le risonanze magnetiche, e l’ittrio, fondamentale per diversi settori dell’elettronica di consumo. Quella delle terre rare e delle risorse minerarie è una leva negoziale importante per Pechino, che gode di una posizione dominante su diversi metalli cruciali per l’industria tecnologica verde. Già dalla seconda metà del 2023, la Cina ha predisposto dei controlli aggiuntivi su antimonio, gallio, germanio e grafite. Si tratta di risorse cruciali per diversi settori strategici: energia solare, batterie agli ioni di litio, veicoli elettrici, turbine eoliche, microchip e munizioni. Fin qui, non è mai stata chiarita del tutto l’entità della stretta. Ciò significa che Xi Jinping vuole tenersi ancora una certa flessibilità per poter modulare il blocco a seconda dell’andamento della battaglia commerciale con Trump.

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Nelle prossime fasi, la Cina potrebbe svalutare la propria moneta, per abbassare i costi a carico degli esportatori. Una strategia usata già durante il primo mandato di Trump. C’è anche chi immagina una vendita di massa di titoli del tesoro degli Stati Uniti: la Cina ne detiene al momento 768 miliardi di dollari, seconda solo al Giappone. Non è escluso che, nel frattempo, si cerchi una strada negoziale. Sin qui, Xi ha rallentato sulle proposte di summit di Trump, che aveva espresso il desiderio di visitare Pechino o di ricevere il presidente cinese entro i primi cento giorni di mandato. E invece non c’è stata nemmeno una telefonata dopo il primo round di tasse aggiuntive imposto dalla Casa Bianca a febbraio. La Cina vuole mostrarsi pronta a combattere una guerra commerciale che non vuole, mentre prova a migliorare i rapporti coi vicini asiatici e coi Paesi europei delusi da Trump. Una scommessa rischiosa, su cui potrebbe abbattersi un’escalation di dazi con pesanti conseguenze per l’economia cinese e globale.

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