ANALISI

Dazi, per i Paesi asiatici è un incubo

Tributi del 34% per la Cina, 32% per Taiwan, 25% per la Corea del Sud e 24% per il Giappone. Le esportazioni di Pechino verso gli USA potrebbero ridursi del 30%. E c’è chi ipotizza la vendita in massa dei titoli del tesoro americano

  • Ieri, 15:55
  • Un'ora fa
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Il presidente cinese Xi Jinping: panic button?

  • EPA/ANDRES MARTINEZ CASARES
Di: Lorenzo Lamperti 

La Cina, certo, rivale numero uno. Ma anche partner e alleati storici. I dazi del “Liberation Day” di Donald Trump colpiscono tutta l’Asia, senza eccezioni. C’era chi se lo aspettava, come Pechino, pur sperando in misure meno radicali. C’è invece chi è sorpreso e vive la mancata esenzione come una sorta di tradimento. Di certo, giovedì 3 aprile il risveglio per i Paesi asiatici è stato simile a un incubo, trascorso a passare in rassegna le percentuali dei dazi imposte dalla Casa Bianca: 34% per la Cina, 32 per Taiwan, 25 per la Corea del Sud, 24 per il Giappone. Addirittura 46% per il Vietnam.

Fino a poco tempo fa, a Pechino erano sorpresi dell’apparente moderazione di Trump, che in campagna elettorale aveva minacciato dazi fino al 60% su tutte le importazioni dalla Cina. Nei due round di febbraio e marzo, si era invece fermato a un totale del 20%, peraltro motivato dalla presunta mancata cooperazione cinese nel controllare i flussi di sostanze e materiali utili alla produzione dell’oppioide Fentanyl. Ora, però, quella moderazione pare scomparsa e col 34% aggiuntivo appena annunciato si arriva a un totale del 54%, molto vicino allo spauracchio del 60%. L’impatto sull’economia cinese non sarà banale. Nessun altro Paese al mondo si avvicina alle vendite annuali di oltre 400 miliardi di dollari di merci negli Stati Uniti da parte della Cina. Kaiyuan Securities prevede che le nuove tariffe potrebbero ridurre le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti del 30%, ridurre le esportazioni complessive di oltre il 4,5% e ridurre dell’1,3% la crescita del prodotto interno lordo cinese per il 2025. Dati a dir poco preoccupanti per Pechino, che è esposta come pochi altri al contraccolpo dei dazi, visto che a causa della debolezza dei consumi interni la dipendenza dall’export è ancora notevole: una fetta importante della crescita del 2024 si è poggiata su un gigantesco surplus commerciale di mille miliardi di dollari.

Se verrà seguito lo stesso metodo degli scorsi mesi, probabile che verranno annunciate ritorsioni nel momento dell’entrata in vigore delle tasse aggiuntive della Casa Bianca. Oltre ai dazi, ci si aspetta una svalutazione della moneta e una nuova stretta sulle esportazioni delle risorse minerarie. Pechino ha già dato segnali di poter ridurre o bloccare l’export delle terre rare o di metalli strategici come grafite, germanio, magnesio e diversi altri. Si tratta di materiali cruciali per l’industria elettronica e della difesa, ma anche per settori della tecnologia verde, come la produzione di auto elettriche. C’è chi ipotizza la vendita in massa dei titoli del tesoro americano. La Cina ne detiene al momento 768 miliardi di dollari, seconda solo al Giappone.

Sottotraccia non è da escludere che si tenti di avviare dei negoziati, ma intanto Pechino proverà ad approfittare del malcontento generale verso Trump per migliorare i rapporti coi vicini asiatici e con l’Europa. “Cedere o fare concessioni significa rendere più forte il bullismo americano”, scrivono i media cinesi, auspicando una risposta comune. D’altronde, la raffica di dazi di Trump va a colpire un altro elemento fondamentale, utilizzato da Pechino nel corso della prima guerra commerciale per attutire l’impatto delle tasse aggiuntive: la delocalizzazione della produzione al di fuori dei confini nazionali. A partire dal Vietnam e altri asiatici. Colpendo indiscriminatamente tutti, Washington vuole impedire anche questa strategia.

Per questo, i dazi sono altissimi anche e soprattutto per i Paesi del Sud-Est asiatico. “Per ogni dollaro che vendiamo alla Cambogia, loro ci vendono 39 dollari e il motivo per cui la Cambogia ci vende qualcosa è che la Cina ha trasformato la Cambogia nel più importante hub di trasbordo che la Cina comunista usa per eludere le nostre tariffe”, ha dichiarato la Casa Bianca prima di annunciare la tabella dei dazi. I Paesi del Sud-Est asiatico erano usciti vincitori dalla prima guerra commerciale, attraendo investimenti e linee produttive in uscita dalla Cina. In primis Vietnam, Indonesia e Thailandia, che hanno accolto in questi anni un numero crescente di grandi aziende internazionali, compresi i colossi tecnologici statunitensi. Negli scorsi giorni, Hanoi aveva tagliato le tasse sui prodotti statunitensi e aveva dato il via libera all’ingresso di Starlink nel Paese, cambiando le regole sui prodotti digitali e satellitari stranieri. Lo scopo era ammansire Trump ed Elon Musk. Ma non è bastato. Il Vietnam è forse tra i Paesi che hanno più da perdere, visto che il terzo maggiore surplus commerciale con gli USA, dietro solamente a Cina e Messico. Ma, soprattutto, Hanoi si era guadagnata in questi anni lo status du hub globale, che ora potrebbe vacillare.

I dazi di Trump non hanno risparmiato nemmeno gli alleati storici degli Stati Uniti. Il Giappone ha definito le tasse aggiuntive “estremamente deplorevoli”, anche perché si aggiungono a quelle annunciate la scorsa settimane sulle automobili straniere. Per il Giappone, le auto rappresentano oltre il 30% delle esportazioni negli Stati Uniti e il 7% dell’export totale. Compagnie come la Subaru generano oltre il 70% delle vendite sul mercato statunitense, fondamentale anche per giganti come Honda e Toyota, il cui presidente ha non a caso partecipato venerdì scorso all’incontro di Pechino fra 40 grandi manager internazionali e il presidente cinese Xi Jinping. Tokyo proverà a trattare esenzioni o riduzioni, magari fissando delle quote massime per l’export come aveva fatto al culmine della rivalità tecnologica degli anni Ottanta. Ma non si escludono ripercussioni più ampie, visto che il Giappone è il primo investitore diretto estero negli Stati Uniti.

Rabbia anche in Corea del Sud. Seoul ha annunciato che tratterà i dazi come una “emergenza nazionale”, vista la grande dipendenza della sua economia dall’export. Anche qui c’è risentimento, dopo che negli scorsi anni si è molto rafforzata l’alleanza militare e commerciale con Washington. Solo poche settimane fa, Hyundai ha annunciato un investimento da 21 miliardi di dollari per un impianto di produzione di auto in Louisiana. Anche qui, non è bastato.

Sgomento ancora maggiore a Taiwan dove il governo aveva giustificato il recente maxi investimento da 100 miliardi di dollari del colosso dei chip TSMC negli Stati Uniti come un modo per evitare i dazi. Non è bastato. E, viste le rivendicazioni cinesi, Taipei non può nemmeno ribilanciare le sue relazioni con la Cina come stanno pensando di fare Giappone e Corea del Sud. In un trilaterale dei rispettivi ministri del Commercio di qualche giorno fa, Pechino, Tokyo e Seoul hanno annunciato un’accelerazione nelle trattative per un possibile trattato di libero scambio. Evoluzione che avrebbe del clamoroso, viste le forti tensioni che hanno diviso i tre Paesi negli ultimi anni. Forse solo tatticismi, con cui gli alleati degli USA provano a mostrare qualche leva negoziale al cospetto di Trump. La raffica di dazi a tappeto annunciata dalla Casa Bianca pare segnalare che, almeno sin qui, non ha funzionato.

03:34

Trump annuncia i dazi

Telegiornale 03.04.2025, 12:30

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