Ticino e Grigioni

I medici in pensione di Samedan non abbandonano la corsia

I veterani della sala operatoria si reinventano come mentori per i giovani colleghi, trasmettendo conoscenze ed esperienza: un progetto made in Switzerland che piace anche all’estero

  • 15.05.2024, 05:45
  • 15.05.2024, 07:41
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Rinforzi all'ospedale di Samedan

Il Quotidiano 14.05.2024, 19:00

Di: Il Quotidiano/RSI Info 

La pensione non spegne la passione: un fatto di cui si può testare la veridicità nell’ospedale di Samedan, dove i veterani della sala operatoria dedicano le loro giornate per trasmettere la loro preziosa esperienza ai giovani praticanti. Questo è quanto avviene nel nosocomio dell’Alta Engadina grazie al progetto pilota ideato dal dottor Paul Biegger e che vede due ex primari in pensione e un capo servizio - per cinque giorni al mese ciascuno - in affiancamento ai medici assistenti nella gestione delle emergenze.

“Sono molto contenti perché io non vado in sala operatoria e ho moltissimo tempo per loro”, dichiara Hans Peter Simmen, professore emerito dell’ospedale universitario di Zurigo. Sanno che - data la mia età - ho molta esperienza e che sono felice di trasmetterla”, continua Simmen, ”così loro ne approfittano, bombardandomi di domande dalla A alla Z”.

Il progetto funziona e riscuote anche la soddisfazione dei giovani medici. “La maggior parte di noi è proprio all’inizio. Questo significa che abbiamo le conoscenze teoriche, ma non l’esperienza pratica. E se abbiamo intorno a noi medici molto esperti, possiamo trarre enormi benefici”, conferma Caroline Vuilleumier, medico assistente in chirurgia.

Una formula che potrebbe diventare un modello diffuso non solo in Svizzera, ma anche all’estero. “Anche in Germania c’è interesse per il nostro progetto” spiega ai microfoni della RSI Hans Peter Simmen. “Il presidente della Società tedesca di chirurgia traumatologica - racconta il professore emerito - mi ha chiesto di illustrarglielo nei dettagli. Ne ha parlato anche in Germania e stanno cercando di metterlo in pratica, almeno negli ospedali regionali”.

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