Era ancora un giovane seminarista quando salvò una ragazza ebrea di tredici anni da morte certa. Gennaio 1945. Lei si chiamava Edith Zierer. Lui Karol Wojtyla. Sarebbe diventato Giovanni Paolo II soltanto trentatré anni dopo.
Il racconto, inedito, è contenuto in “Karol. Il Papa che ha cambiato la storia”, un testo appassionante messo in pagina per “il Pozzo di Giacobbe” da un vaticanista di lungo corso, Gianfranco Svidercoschi. Che scrive con uno stile tutto suo, a metà fra la narrativa e la saggistica: «La ragazza ebrea ne aveva passate tante, e cominciò a diffidare anche di Karol, che pure l’aveva salvata, l’aveva portata in braccio per tre chilometri fino alla stazione. Fatto sta che all’arrivo a Cracovia Edith si sbrigò a scendere, andò a nascondersi dietro a dei grossi serbatoi di latte. Karol se ne accorse, si avvicinò lentamente, e chissà perché, gli venne di chiamarla con la versione polacca del suo nome: «Edyta… Edyta». Detto in quel modo, il nome aveva un suono così dolce che convinse Edith a uscir fuori, senza più paure».
Tutto accadde nella stazione ferroviaria di Jedrzejow, nel Voivodato di Swietokrzyskie. Wojtyla vi passò di ritorno da Czestochowa nel gennaio del 1945. L’Armata Rossa aveva da poco conquistato Varsavia. Contemporaneamente le truppe sovietiche di Konev erano entrate a Cracovia. Tutto riprendeva vita. Presto la stessa Cracovia si sarebbe riempita di profughi, arrivati da città e paesi distrutti o usciti dai lager nazisti. Anche i seminaristi si erano dati da fare. Avevano riparato i danni subiti dall’arcivescovado. E avevano insieme lavorato sodo per recuperare l’edificio del vecchio seminario, accanto al castello di Wawel, e che, occupato dalle SS e adibito a prigione, era mezzo distrutto, ridotto a immondezzaio. Anche Karol aveva fatto la sua parte, occupandosi soprattutto di aggiustare il tetto. Finito il lavoro aveva chiesto all’arcivescovo di fare una scappata a Czestochowa: dopo aver visto tutto quel male, sentiva il bisogno di rigenerarsi spiritualmente. Rimase a lungo a pregare davanti all’immagine della Madonna Nera. Uscì speranzoso sul futuro e fece ritorno verso casa. A Jedrzejow dovette cambiare treno e anche stazione ferroviaria, che stava dall’altra parte della cittadina. Fu qui, per strada, che incontrò la piccola Edith.
Svidercoschi narra una scena d’altri tempi: una ragazza con addosso l’uniforme a righe dei lager nazisti, stava stesa lì per terra, incapace di tirarsi su e di muoversi. Karol «si avvicinò per aiutarla, ma capì dai suoi occhi che non ce la faceva. La ragazza alzò appena la testa: “Ho fame”. Karol: “Aspetta un attimo”. Tornò, avendoli chissà come trovati, con del tè caldo, pane e formaggio. Lei, sempre distesa a terra, cominciò a mangiare furiosamente. Karol: “Ma che fai qui? Che ti è successo?”. Lei con un soffio di voce: “Sto cercando di andare a Cracovia. Voglio ritrovare i miei”. Karol: “Come ti chiami?”. Lei: “Edith”. Karol: “Edith e poi?”. Lei: “Edith Zierer”. E mentre lo diceva i suoi occhi si riempirono di lacrime. “È da tanto tempo che nessuno mi chiamava per nome, con il mio nome. Ormai ero solo un numero”».
Karol, come un po’ tutti i polacchi, non sapeva ancora niente, o quasi niente, dei campi di sterminio, delle camere a gas. Edith aveva tredici anni. Era ebrea, La sua famiglia – papà, mamma, lei e sua sorella, Judith – aveva girovagato a lungo per il Paese, fino ai confini orientali, per sfuggire alle retate naziste. Poi un giorno erano stati scoperti, arrestati, rinchiusi in un ghetto. E da lì, dopo qualche tempo, avviati alla deportazione nel campo di concentramento di Płaszów. Ma, nella gran confusione del momento della partenza, i genitori e la sorella erano stati messi su un treno, e invece Edith su un altro. Per il fatto di conoscere bene il tedesco, l’avevano fatta lavorare, si era specializzata nella produzione di munizioni. E così era riuscita a sopravvivere. Finché erano arrivati i russi, i “liberatori”. Racconta ancora Svidercoschi: «Ma Edith non si fidava, aveva sentito dire che portavano gli ebrei in Siberia. E poi, voleva ritrovare i suoi; senza ancora sapere, in quel momento, che i genitori erano finiti nelle camere a gas di Dachau, e la sorella in quelle di Auschwitz. Ma appunto, non sapendolo, era scappata dal campo e si era nascosta su un treno che trasportava carbone. Affamata, infreddolita, infestata dai pidocchi, a un certo punto non ce l’aveva più fatta, intuendo oltretutto che quel treno non l’avrebbe portata a Cracovia. Approfittando della fermata a Jedrzejow, si era buttata giù, ma non aveva più forze, uscita dalla stazione era piombata a terra. Ed era lì che l’aveva trovata Karol Wojtyla. L’unico a fermarsi a soccorrerla».
Edith non riusciva a muoversi. Karol la prese in braccio e la portò all’altra stazione, distante tre chilometri. Arrivò un treno carico di bestiame e ebrei scampati ai campi. Edith tremava di freddo, Karol le cedette il suo mantello nero. Indossava la tonaca, anche se ancora non era prete. Gli altri ebrei avvertirono Edith di stare attenta: «Guarda che quello ti fa rinchiudere in un monastero», le dissero. Così Edith diffidò di lui e andò a nascondersi dietro dei grossi serbatori di latte. Karol, chiamandola col suo nome polacco la convince a uscire e a fidarsi di lui. L’accompagnò presso un’organizzazione appena nata che si occupava di quanti erano usciti dai campi di sterminio. Una signora l’accolse e la ospitò a casa sua. Karol la ringraziò e le disse: «La prego, si ricordi e lo ricordi a chi l’affiderà, che questa ragazza è ebrea e ha il diritto di rimanere nella fede dei suoi genitori».
Francesco il poeta
Alphaville 27.03.2025, 11:30
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