Musica italiana

Bandabardò: «C’è tanta energia positiva, c’è voglia di tornare»

Intervista a Finaz, cofondatore della Banda fiorentina, il cui tour è partito ieri sera con lo showcase in RSI. “Fandango” il nuovo disco, con Erriquez nel cuore

  • Ieri, 15:02
Bandabardò

Finaz (in primo piano) durante lo showcase della Bandabardò di ieri sera

  • Loreta Daulte
Di: Gian Luca Verga 

La Banda è tornata. L’aspettavamo, e non nascondo, anche con un filo di timore a fronte delle turbolenze che la vita gli ha riservato in queste ultime stagioni; la più dolorosa la scomparsa di Erriquez nel 2021, che era il volto iconico della banda, un poetico “giullare di Dio”. 

È tornata, ed è ciò che conta. Con invidiabile forza d’animo e pervicacia e la promessa fatta di proseguire sul proprio cammino. E sotto il simbolo del loto che fa bella mostra di sé in copertina. Un fiore che, pur proliferando negli acquitrini e negli stagni, invoca la bellezza e la perseveranza, qualità e caratteristiche che non fanno certo difetto a questa banda di toscani, colpiti di recente anche dal nubifragio che ha devastato lo studio dove si accingevano a preparare il tour europeo. Un altro sforzo, un’altra fatica come, forse più psicologica, è stata quella per ultimare l’album Fandango (pubblicato per OTRlive con distribuzione Warner Music Italia). E ritornano da dove avevano lasciato: imbastire musica e poesia per celebrare la vita, attraverso un macramè sonoro tessuto con perizia, cuore e onestà. 

12:15

Essere Bandabardò è una responsabilità (Showcase RSI, Rete Tre)

RSI Cultura 02.04.2025, 15:02

  • Loreta Daulte
  • Gian Luca Verga

«Abbiamo voglia di suonare, di partire, di tornare sui palchi» afferma Finaz, cofondatore della Banda, chitarrista e oggi, volente o nolente, voce del collettivo. Fandango, oltre a esser un album carico di significati, permette loro di tornare a macinare chilometri sulle strade d’Europa, di incontrare quel pubblico che non li ha certo dimenticati ed è lì, pronto a far festa con loro, come una volta, come sempre è stato. E chissà, forse a riempire quel petalo mancante della corolla del loro loto.

«Io personalmente ho anche l’incombenza di imparare tutti i testi a memoria. È il primo tour senza Enrico e senza Cisco, che ci ha dato una mano importante permettendoci di traghettare la Banda in questi anni. Un tempo che ci ha permesso di capire che è giusto continuare. C’è tanta energia positiva, c’è voglia di tornare e lo percepiamo. Mi auguro che questa energia si colga nel nuovo album in cui davvero abbiamo riversato tutto il nostro cuore, il grande cuore della Bandabardò. Ci sono i sentori per far sì che questo primo tour europeo, che parte proprio da Lugano, sia una bella avventura. E poi non saremo soli, Erriquez sarà comunque lì, a darci una mano, a sostenerci anche se il groppo alla gola è garantito. Le sue ultime parole furono l’invito a continuare, che la Banda non doveva smettere».

Fandango è il titolo dell’album ma anche del tour; Fandango oltre a essere una antica danza andalusa significa trambusto, scompiglio, quello che avete portato negli anni nelle nostre viste: quello fatto di musica, festa, danza e perché no di riflessioni anche importanti.

«È un titolo tipicamente Bandabardò, ci sta nei “suoni” dei nostri titoli precedenti. Il trambusto della festa ma pure quello che identifica il disorientamento che stiamo tutti vivendo. Non nascondo che una certa influenza l’ha avuta anche uno dei miei film preferiti: Fandango; quattro ragazzi in viaggio che fanno gli “scazzoni” certo, ma hanno anche davanti delle responsabilità: il Vietnam, la crescita, la linea d’ombra che devono superare. Un po’ come la Banda in questo momento: dobbiamo diventare maggiorenni e ancor più responsabili, insomma!»

Riannodate dunque un filo importante, intriso anche di valori umani, etici.

«È sempre stata la cifra stilistica dei testi della Banda. Certo che l’autore principale era Enrico e non essendoci più la mano è cambiata. Ma come dici siamo talmente cementati, talmente in sintonia tra noi. Il viaggio di Fandango è una storia che arriva da lontano. Ci siamo davvero resi conto che abbiamo tutti la stessa sensibilità, direzione. Credo puoi ritrovarci lo stesso sapore, lo stesso odore che si poteva respirare un tempo. Anche l’ironia e la leggerezza che è tipica dei testi della Banda. Abbiamo anche cercato di descrivere il mondo come lo vediamo e come lo vorremmo vedere. Parliamo del G8, dell’emergenza climatica o meglio offriamo una preghiera rivolta al tipico “qualunquista” per il quale questa emergenza non ha un grande interesse. O ancora cantiamo una bella storia dedicata a due atleti. Storie belle, che fanno star bene, ma anche storie che fanno pensare, secondo la nostra cifra stilistica. Come sono i nostri dischi, come sono i nostri concerti. E siamo fieri di questo».

È un manifesto di resistenza etica e umana, e trovo sia importante anche per chi fruisce la musica coi tempi che stiamo vivendo.

«Sono felice tu l’abbia colto così questo nuovo album, è quello che vogliamo fare e che facciamo. Non sappiamo fare altro che descrivere il mondo come è e come vorremo che fosse. Sempre col sorriso, ma dicendo cose mirate. Poi è vero, oggi è meglio non entrare in conflitto col “pensiero mainstream”; nei programmi televisivi spesso non puoi esprimenti liberamente, sui social vieni altrettanto spesso travisato come se la gente non aspetti altro per dividersi. La cosa migliore è la musica e metterci la faccia. E quando fai le cose col cuore la gente non può fraintendere. E forse, visto che non siamo più ragazzi, il nostro compito, quella della nostra generazione è anche quello di aiutare a ritrovare un certo tipo di strada. Perché quello che si è perso è la saggezza, quella di chi ha vissuto. Noi da piccoli ascoltavano le storie e le esperienze di chi aveva fatto la guerra, dei partigiani, di chi ne sapeva più di noi. Quell’ esperienza che avevi maturato attraverso una crescita di vita era un valore importante, un valore aggiunto. Oggi tutto deve esser consumato con estrema velocità. Ciò che è successo ieri è già vecchio e non interessa. Questa mancanza di memoria mi disturba».

Tra le peculiarità della Bandabardò, la capacità aggregativa. Siete anche una sorta di “bandiera” sotto la quale ritrovarsi. Ed è una funzione sociale importante.

«La Banda è nata da me ed Enrico come un gruppo di amici. Con chitarre intorno a un fuoco, davanti a una bottiglia di vino. Una festa come si facevano un tempo. Era questo il senso e non guardavi all’estrazione sociale o alla provenienza di chi c’era. Erano momenti corali, c’era questo forte senso di aggregazione, come dici, che è rimasto. E quella voglia di sentire e percepire che insieme possiamo fare e affrontare qualunque cosa. Per cui perché non trasferire questo spirito nei concerti? Al termine dei quali parecchia gente afferma che siamo terapeutici, e rimarcano il significato e l’importanza che la banda ha per loro. E noi questo vogliamo fare! Questo è il potere della musica, un potere anche rigenerante. La nostra musica ha pure questa valenza terapeutica. Ed è questa la leva! E sapere anche che lui, Erriquez, ha insistito affinché non mollassimo».

Dunque, mi par di capire che la Bandabardò è “condannata alla bellezza”...

«La bellezza per me è l’armonia, è sinonimo di armonia. Pensa che sul braccio destro ho tatuato un ideogramma cinese che significa appunto “armonia”. Se ci pensi l’armonia è quel potere aggregante che mette insieme anche gli opposti. E insieme si possono far funzionare le cose. La bellezza della Bandabardò è proprio questa: sei motori differenti tra loro che girano nella stessa direzione. Tutti dovremmo cercarla questa bellezza, perché tutti siamo condannati alla bellezza».

1:14:40

Bandabardò

RSI Showcase 02.04.2025, 08:02

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