Musica classica

Per voi non suono!

Non è solo l’economia globale ad agitarsi per le decisioni di Trump: anche i musicisti reagiscono alla situazione politica degli Stati Uniti

  • Ieri, 10:57
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Il Presidente americano Donald Trump in visita al Kennedy Center di Washington, 17 marzo 2025

  • Keystone
Di: Davide Fersini/Giovanni Conti/Red. 

Nelle ultime ore Donald Trump è in apertura su tutte le testate per ben altre ragioni. Tuttavia c’è anche un fatto musicale da segnalare.

Da quando il 47mo presidente degli USA ha deciso di nominare sé stesso alla testa del Kennedy Center - il centro polifunzionale di Washington dove ha sede la National Symphony Orchestra - e di gestire l’organizzazione insieme ad un Consiglio di Amministrazione di sua nomina, nel mondo della musica classica si è aperta una battaglia polemica, dagli esiti tutt’altro che astratti: alcuni artisti hanno, infatti, rescisso i contratti con il centro mentre altri hanno orgogliosamente deciso di confermare le proprie apparizioni. La decisione più clamorosa è stata quella del grande pianista András Schiff, che ha cancellato tutti i suoi futuri impegni negli Stati Uniti. Ma come viene percepita questa polemica negli USA e che cosa sta succedendo davvero nelle sale da concerto?

Voi che sapete se n’è discusso con Francesco Zanibellato della Georgetown University e Eugenio Refini, direttore degli studi italiani della New York University.

«Washington è una città che ha votato per Kamala Harris [alle ultime presidenziali, ndr]. Almeno una decina di persone che conosco hanno perso il lavoro a causa dei tagli al personale dell’amministrazione Trump, quindi l’opinione media non è delle più favorevoli. Però a me sembra ci siano anche persone che dicano che questi boicottaggi sì, sono legittimi, per carità, però forse sono un po’ esagerati. L’America comunque è una democrazia, fino a prova contraria: quindi si può non essere d’accordo su alcune politiche, però è ancora un paese democratico, in cui c’è ancora la libertà di espressione». (Francesco Zanibellato, Georgetown University, che vive a Washington)

Boicottaggi che avrebbero soprattutto come obiettivo la politica estera dell’attuale amministrazione statunitense, orientata verso un distacco dalle istanze sovranazionali, tanto da parlare di “isolazionismo”.

«L’orizzonte futuro sembra andare in questa in questa direzione. Il mondo della cultura, che soffre inevitabilmente da situazioni come questa, è però anche uno di quelli che riesce a rispondere in modo creativo. Si parla molto di forme di resistenza: in questo caso la resistenza la si fa soprattutto nel continuare a fare quello che i vari centri culturali hanno sempre fatto. Io vivo a New York che ovviamente, come la città di Washington DC, è una città prevalentemente democratica, con un forte risentimento nei confronti delle politiche dell’amministrazione Trump: politica interna, estera e anche politiche culturali. Quindi è un osservatorio un po’ particolare. Quello che ho notato in questi primi mesi del 2025 è che la vita anche delle istituzioni musicali è stata più politica, in un certo senso, di quanto non lo sia di solito, con prese di posizione piuttosto esplicite». (Eugenio Refini, direttore degli studi italiani della New York University)

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Per voi non suono!

Voi che sapete... 02.04.2025, 16:00

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  • Davide Fersini e Giovanni Conti

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