Era dai tempi delle proteste del parco Gezi (2013) che in Turchia non si assisteva a manifestazioni pubbliche di dissenso contro Erdoğan - e il suo sistema di potere - così partecipate.
Il detonatore delle attuali proteste è stato la presa in custodia del sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, accusato di corruzione e favoreggiamento ad organizzazione terroristica. Ciò accadeva a quattro giorni dalle elezioni primarie del CHP (il più grande partito di opposizione in Turchia) che lo avrebbero consacrato come principale rivale di Erdoğan alle elezioni presidenziali del 2028.
Nella tarda mattinata del 23 marzo 2025 il Tribunale di Istanbul ha confermato l’arresto del sindaco, nelle stesse ore in cui 15 milioni di cittadini lo sceglievano come proprio candidato presidente.
A partire dal 19 marzo 2025 pertanto, a dispetto dei divieti governativi e dell’annunciata brutale repressione da parte della polizia, decine di migliaia di cittadini, prevalentemente giovani, sono accorsi al parco della piazza Saraçhane, compresa tra l’edificio centrale del Comune di Istanbul e l’acquedotto romano di Valente, per manifestare solidarietà verso il sindaco İmamoğlu.
Da allora più di 1’800 persone - inclusi anche giornalisti - sono stati presi in custodia dalla polizia, sia durante le manifestazioni che mediante prelievi a domicilio nei giorni successivi, attraverso l’utilizzo delle tecnologie per l’identificazione facciale.
Le proteste di Istanbul
di Italo Rondinella
L’eccezionalità anche in termini numerici di questa sommossa popolare non è sufficiente a giustificare un paragone, che sia pertinente, con le proteste scoppiate a Istanbul più di undici anni fa. Le motivazioni del dissenso hanno una matrice sociale, culturale e politica simile - da identificarsi con l’antagonismo al despotismo di Erdoğan, ora ancora più accentuato di allora; ciononostante i figli e le figlie di Gezi sono meno numerosi dei loro padri e delle loro madri e - sebbene altrettanto coraggiosi e resilienti - sono cresciuti in una società più austera e più autoritaria.
Hanno comunque dimostrato di aver ereditato la fantasia e lo straordinario senso dell’umorismo dei propri genitori, nella serata in cui un genio travestito da Pikachu saltellava, come in assenza di forza di gravità, tra i poliziotti in tenuta antisommossa che lo inseguivano coi manganelli, divenendo per sempre il simbolo mondiale di questa protesta, allo stesso modo di come fu coi pinguini ai tempi di Gezi (in quel caso i manifestanti ironizzavano sul fatto che la TV di stato censurava le importanti notizie politiche sui tumulti in corso, trasmettendo a primavera inoltrata documentari sui pinguini).
Scherzi a parte, la protesta continua e diversifica la sua azione, attraverso campagne di boicottaggio di prodotti di aziende legate al potere governativo, nonché delocalizzando gli assembramenti pubblici. È un momento estremamente delicato per la Turchia, il destino del Paese si gioca, sul piano interno, non solo sullo sconto (e sugli scontri) in corso tra Erdoğan e il CHP ma anche sul delicato tavolo negoziale del processo di pace coi curdi del PKK. Questi temi, e gli interessi che ne conseguono, si intersecano a vicenda e occorrerà tempo per capire che direzione prenderanno gli eventi.

Marea anti-Erdogan a Istanbul
Telegiornale 29.03.2025, 20:00