Le esecuzioni capitali sono diminuite di quasi un terzo lo scorso anno, rispetto al 2017. Questo, in sintesi, è il dato che emerge dall’ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato mercoledì. Nel periodo in rassegna, si legge del documento, sono stati registrati 690 casi, un anno prima erano stati 993.
I dati, viene sottolineato nel resoconto annuale, non considerano le condanne inflitte in Cina, giudicate “tante” e coperte dal segreto di Stato. Solo in questo paese, denuncia l’organizzazione, si stima siano state “migliaia”. Seguono l’Iran (almeno 253), l’Arabia Saudita (149), il Vietnam (85) e l’Iraq (almeno 52).
"La drastica diminuzione dimostra che persino i paesi più riluttanti stanno iniziando a cambiare idea e a rendersi conto che la pena di morte non è la risposta", ha sottolineato il segretario generale, Kumi Naidoo. Le notizie positive, rende attenta Amnesty, sono rovinate da alcune realtà tra le quali Bielorussia, Giappone, Singapore, Sud Sudan e Stati Uniti, dove i numeri sono per contro in aumento.