È passato solo poco più di un mese dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, ma le distanze tra Washington e Mosca si sono accorciate a tal punto da far pensare a un riallineamento sui livelli antecedenti l’avvio della guerra in Ucraina. Al di là dei due incontri degli scorsi giorni tra le delegazioni statunitensi e russe a Riad e Istanbul, il clima politico e mediatico intrernazionale intorno agli avvenimenti più recenti è quello del disgelo: almeno in apparenza. L’accelerazione data dal presidente statunitense sulla possibile fine del conflitto in Ucraina, anticipata già con la campagna elettorale dello scorso anno, è stata accolta positivamente da Vladimir Putin e dopo i primi approcci a distanza, compresi quelli che secondo indiscrezioni sarebbero avvenuti nei mesi passati a livello informale proprio in Svizzera, si è passati appunto al dialogo diretto. In attesa del primo faccia a faccia tra i due presidenti, è da sottolineare comunque che la strada per l’eventuale riconciliazione è ancora ricca di incognite e molti, possibili ostacoli.
Verso Yalta 2.0?
Per adesso sono stati tracciati solo i contorni del percorso che è incentrato ovviamente sulla questione ucraina, ma che coinvolge anche l’intera architettura dei rapporti tra Russia e USA e i bilanciamenti internazionali, sia sul versante occidentale transatlantico che su quello che riguarda l’Eurasia e le relazioni con il Sud globale. Il punto di partenza per la ridefinizione di tutti gli equilibri è la risoluzione della guerra iniziata con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e del duello allargato tra Mosca e Washington nello spazio postsovietico, che dura ad alta tensione da un paio di decenni, almeno dalla Rivoluzione arancione a Kiev del 2004. La fine del conflitto militare, cominciato con la prima guerra nel Donbass nel 2014, è ancora tutta da regolamentare e sarà determinante per la costruzione del nuovo sistema di relazioni, un po’ come è avvenuto nel 1945 alla fine della Seconda guerra mondiale con la conferenza di Yalta e l’ordine imposto dalle potenze vincitrici, Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna.
Vincitori e vinti
Ogni conflitto al suo termine conta vincitori e vinti: se quello in Ucraina finisse davvero domani, a vincere sarebbe Mosca e a perdere Kiev. Altre interpretazioni, alla luce della situazione attuale, sono difficili. E anche gli alleati di Kiev sarebbero quindi tra i vinti. Se tra Stati Uniti e Unione Europea la parola sconfitta non può essere pronunciata, è evidente come la Russia esca vittoriosa sul campo e il Cremlino lo ha già fatto notare, sottolineando come nella prospettiva dei negoziati le condizioni non possono essere certo dettate da chi la guerra l’ha persa. Ecco perché la Casa Bianca, pur stando dalla parte degli sconfitti, ha preso l’iniziativa con determinazione per arrivare a una conclusione del conflitto, scaricando di fatto non solo l’Ucraina, ma anche l’Europa, divisa e immobile sulla retorica, e cercando di ribaltare comunque a proprio favore il tavolo. L’occhio e la narrazione di Trump guardano non solo al ritorno economico, fra terre rare, business della ricostruzione e vantaggi per il complesso militare-industriale statunitense nel rafforzamento su tutte le scacchiere, ma anche alla sfida con la Cina: la guerra in Ucraina ha avvicinato ancor più Mosca e Pechino e sul lungo periodo l’alleanza strategica fra i due Paesi può costituire un ostacolo per gli USA, spinti ora al cambio di strategia per un riequilibrio.
Trattative allargate
Se questa è la fotografia dell’oggi, non è detto che sia quella del futuro prossimo, fra qualche settimana o qualche mese, perché, come si è visto con gli accordi di Minsk nel 2015 che dovevano regolare il processo di pacificazione e sono finiti come carta straccia, la road map che dovrebbe condurre alla fine del conflitto è ancora tutta da tracciare. Oltre ai punti interrogativi sulla reale linea di Trump ci sono naturalmente quelli relativi alle mosse di Putin: il Cremlino appare incline al dialogo, è però ancora tutto da vedere se le condizioni che vuole imporre saranno alla fine davvero accettate e quali eventuali concessioni sarà disposto a fare. I punti inamovibili riguardano in sostanza il futuro status dell’Ucraina, fuori dalla NATO, e il riconoscimento dei territori conquistati. Altri potranno essere visti in dettaglio, dall’ampiezza di eventuale zona demilitarizzata alla costituzione di forze di peacekeeping, solo per fare due esempi in cui i vari attori in campo avranno la facoltà di discutere più apertamente, in un contesto in cui il tema delle garanzie per l’Ucraina sarà oggetto di particolare attenzione. Se in ogni caso la posizione russa al tavolo delle trattative sembra la più forte, Mosca non può certo alzare il prezzo oltremisura, rischiando di infilarsi in un vicolo cieco di fronte a Washington che vorrà comunque poter cantare vittoria. Per adesso i commenti di Putin sono stati molto cauti, rispetto al maggiore ottimismo sfoderato da Trump.

L'Ucraina e le garanzie di sicurezza
Telegiornale 27.02.2025, 20:00