Continua a tenere banco la vicenda dei 13 aspiranti docenti di italiano ai quali è stato annunciato lo scorso febbraio che il loro percorso d’abilitazione, presso il Dipartimento formazione e apprendimento (DFA) della SUPSI, non sboccherà in nessun concorso di assunzione nelle scuole medio superiori ticinesi. Il caso, anticipato da RSI lo scorso 15 marzo, ha dato adito a numerose reazioni, non solo fra gli addetti ai lavori ma anche della politica.
Sulla vicenda sono tornati a esprimersi mercoledì, a Modem, Marina Carobbio e il direttore del DFA, Alberto Piatti.
“Servono risorse per la scuola”
La consigliera di Stato e direttrice del DECS ha innanzitutto espresso la sua vicinanza a questi studenti in formazione ma anche a quelli che si sono formati negli anni scorsi e che non hanno trovato un posto di lavoro come insegnante oppure hanno solo poche ore “e quindi vivono in situazioni difficili di precarietà”. Marina Carobbio ha poi dichiarato, tra l’altro, che, per quanto riguarda le informazioni sui dati, “sono pendenti degli atti parlamentari ai quali risponderemo a breve”. “Io stessa voglio capire quanto è successo”, ha detto, sottolineando che è un percorso complesso quello che vede il Dipartimento calcolare il fabbisogno previsto. “Un processo che non viene fatto pochi mesi prima dell’apertura dell’abilitazione ma che inizia due anni e mezzo circa prima di aprire il percorso abilitativo”. La consigliera di Stato e direttrice del DECS ha poi parlato del fatto che nella scuola vi sono bisogni reali. “Oggi la scuola, gli insegnanti, gli allievi sono confrontati con situazioni difficili e in certi settori sarebbe necessario investire di più in termini finanziari ma anche in termini di risorse. Risorse che nella scuola, lo sappiamo, sono soprattutto i docenti. Questa sarebbe la risposta politica, che porterò anche in discussione all’interno del governo e con le altre forze politiche, proprio perché la scuola oggi si fa carico di situazioni che sono: la fragilità dei giovani, la complessità di situazioni che vivono al di fuori della scuola, il disagio giovanile, la necessità di fare progetti innovativi per il bene e la qualità della scuola. E qui ci vogliono risorse. La domanda di fondo è: il Cantone riconosce che la formazione e l’educazione è una priorità e quindi investe in questo settore o meno? Io ritengo che lì bisogna investire”.
“Solo fra 5 anni sapremo se abbiamo sbagliato completamente”
Da parte sua il direttore del DFA, Alberto Piatti, ha spiegato che “già da diversi anni è attivo un gruppo di coordinamento DECS/DFA; si trova almeno quattro volte all’anno”. Alberto Piatti ha sottolineato che negli ultimi 10 anni, in tutta la Svizzera, “abbiamo assistito a un fenomeno di fabbisogno estremo di insegnanti, che ha portato grandissime difficoltà in molti cantoni. In Canton Ticino abbiamo potuto evitare questo problema proprio grazie al coordinamento che abbiamo avuto con il DECS. La nostra preoccupazione principale finora, perché adesso naturalmente sta cambiando, è stata quella di formare sufficienti docenti”. “Per assicurare questo ricambio abbiamo sempre concordato l’offerta formativa, discutendo all’interno delle singole sezioni della divisione scuola, quali fossero le materie in cui era previsto un fabbisogno su un arco di tempo lungo, quindi non di un anno ma il periodo che passa tra un’abilitazione e l’altra. Nel caso dell’italiano medio superiore stiamo parlando di un periodo di 5 anni... Noi adesso stiamo valutando la situazione che si è verificata adesso che la formazione non ancora finita. Il vero bilancio lo potremo trarre tra 5 anni. Quando e se tra 5 anni ancora molti di questi diplomati non avranno trovato un posto di lavoro allora sì che potremmo dire di aver sbagliato completamente”.
La critica al DFA
A prendere la parola durante Modem è stato anche Fabio Pusterla, professore all’USI e già docente liceale di italiano, tra i primi a denunciare pubblicamente la situazione. Alla RSI ha sostenuto che bisogna innanzitutto capire cosa sia successo “perché di sicuro c’è stato un errore piuttosto impressionante. Ricordo che per passare da una previsione di 13 (una dozzina diciamo di posti disponibili) allo zero attuale bisognerebbe immaginare una specie di rivoluzione epocale nelle classi liceali, una diminuzione di 30 o 40 classi, cosa che non è evidentemente”. Inoltre Fabio Pusterla chiede di “vedere se ci sono misure che si possono prendere per favorire questi giovani già abilitati o abilitandi nei prossimi anni”. Infine Pusterla ha dichiarato alla RSI: “vi sono altre cose che non funzionano tanto bene. Chi ha seguito l’assemblea, dove c’erano 60 o 70 giovani, è uscito molto impressionato dalle loro testimonianze e dalle loro critiche nei confronti del DFA. Li riassumo in tre domande. Il DFA funziona bene? Produce effetti benefici sulla scuola? È un istituto rispettato e amato? A queste domande la risposta di questa assemblea (e anche la mia) è un no radicale”, ha concluso.