INTERVISTA

Un’America a corto di liquidi

Nel giorno dei dazi di Trump, il punto sui problemi dell’economia USA che spiegano l’offensiva commerciale del presidente - A colloquio con Sergio Rossi

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Serie difficoltà per l'economia USA, dietro le decisioni del capo della Casa Bianca

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Di: Alex Ricordi 

È attesa proprio per oggi, mercoledì, l’ufficializzazione dell’ondata di dazi che Donald Trump ha deciso di applicare alle importazioni negli Stati Uniti. Un giorno preannunciato dal capo della Casa Bianca come quello “della liberazione” da squilibri commerciali che, ribadisce, penalizzano l’economia del suo Paese. Come si articoleranno queste barriere doganali? Quanto varierà la loro incidenza da un Paese all’altro? E quale sarà l’impatto, nell’immediato, sugli scambi a livello globale? Tutti interrogativi che dopo settimane di incertezza, e di anticipazioni sulle contromisure degli altri Stati, avranno presto risposte.

Sergio Rossi

Sergio Rossi è docente di macroeconomia ed economia monetaria presso l'Università di Friburgo

  • UNIFR/Maurizio Solari

Un dato è tuttavia già certo: se la determinazione di Trump è inequivocabile, si innesta pur sempre sullo sfondo di problemi altrettanto inequivocabili per l’economia USA. A evidenziarli è l’esplosione del debito pubblico e del disavanzo negli scambi. Con i partner commerciali il presidente si mostra inflessibile. Ma tanta intransigenza, in definitiva, tradisce la necessità, e il tentativo, di recuperare risorse. Da questo dato prende le mosse la nostra intervista a Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia e di economia monetaria all’Università di Friburgo.

Le offensive sui dazi di Trump, e i suoi interventi per la riduzione della spesa pubblica, inducono ormai a pensare che la politica economica della nuova Amministrazione, al di là della sua retorica aggressiva, sia soprattutto da ricondurre a vere e proprie “difficoltà di cassa” per gli Stati Uniti. Quanto è condivisibile, secondo lei, questa percezione?

“Ci sono effettivamente dei problemi di natura finanziaria all’origine delle scelte politiche della nuova Amministrazione statunitense, dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca. La situazione e le prospettive di crescita per l’economia nazionale sono assai fragili e hanno perciò indotto Trump a mettere in atto una strategia molto radicale e offensiva tanto per ciò che riguarda le importazioni statunitensi, quanto per la spesa pubblica degli Stati Uniti. Non bisogna dimenticare che negli ultimi anni, a più riprese, il Congresso statunitense ha dovuto sospendere temporaneamente o addirittura rialzare il limite massimo consentito per il debito pubblico, creando grandi difficoltà sul piano politico nazionale e scompiglio nella finanza di mercato a livello internazionale.”

Quali sono i versanti su cui, attualmente, si registrano le maggiori criticità per l’economia USA e, di riflesso, per la politica economica dell’attuale Amministrazione?

“L’economia statunitense è in difficoltà per una serie di fattori che si sono aggravati dopo lo scoppio della pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina, e che hanno creato vari problemi nelle catene di approvvigionamento e di produzione su scala globale, aumentando i prezzi di vendita di numerosi beni e servizi anche negli Stati Uniti. Ciò ha ridotto il potere di acquisto della popolazione statunitense, con il conseguente calo della cifra d’affari di diverse imprese, soprattutto nel campo automobilistico. Il mercato del lavoro non funziona come le imprese vorrebbero, perché in alcuni rami di attività mancano dei lavoratori qualificati e non è possibile occupare questi posti di lavoro con personale in arrivo dall’estero anche a seguito delle restrizioni imposte da Trump sull’immigrazione”.

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Negli USA la riduzione del potere d'acquisto ha in particolare inciso sul fatturato dell'industria dell'auto

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“Lo sviluppo sempre più rapido della intelligenza artificiale crea ulteriore scompiglio, perché – come già accadde con lo sviluppo di Internet – molte imprese in questo campo non sono più redditizie e potrebbero fallire nei prossimi mesi, anche a seguito della forte concorrenza cinese. Il settore finanziario è perciò confrontato con una forte volatilità dei prezzi nelle principali Borse mondiali, che non aiuta né incita certo le imprese a ottenere dei finanziamenti per investire in maniera produttiva. Le tensioni geopolitiche internazionali aggravano questa situazione e aumentano l’incertezza in maniera tale da frenare ulteriormente le attività economiche e l’occupazione negli Stati Uniti, come nel resto dell’economia globale.”

Quali fattori sono all’origine dell’enormità del debito pubblico e del disavanzo commerciale degli Stati Uniti? A partire da quando si sono registrate queste tensioni al rialzo?

“Ci sono molti fattori all’origine di questa situazione, che è peggiorata notevolmente dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale nel 2008 a seguito del fallimento negli Stati Uniti della banca d’investimento Lehman Brothers. Il Governo federale dovette intervenire a seguito della grande recessione scaturita da questa crisi, con una serie di aumenti della spesa pubblica per sostenere e rilanciare l’economia nazionale. La pandemia da Covid-19 ha spinto ulteriormente verso l’alto il debito pubblico statunitense, vista la necessità di sostenere tanto le famiglie, quanto le imprese negli Stati Uniti duramente toccate da questa pandemia. Questo enorme debito pubblico è anche stato alimentato da varie riduzioni delle aliquote di imposta per le persone molto benestanti e per le imprese attuate durante la prima presidenza di Trump come pure all’inizio di questo millennio, quando alla Casa Bianca c’era George W. Bush”.

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Gli USA che importano più di quanto esportano: nella foto, container accatastati al porto di Oakland, in California

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“In realtà, negli ultimi quarant’anni gli Stati Uniti hanno ampiamente sfruttato il fatto che la loro moneta nazionale è la più importante a livello mondiale, facendo così registrare dei disavanzi gemelli, ossia tanto nel settore pubblico quanto nella bilancia commerciale. Gli Stati Uniti vivono al di sopra delle loro capacità finanziarie, importando più di quanto esportano, perché possono pagare il resto del mondo con la loro moneta nazionale, che poi torna nel loro Paese quando il resto del mondo acquista i titoli finanziari che il governo federale statunitense emette al fine di finanziare la propria spesa pubblica in disavanzo. Come disse Lawrence Summers, che fu anche segretario al Tesoro statunitense, si tratta di una strategia del terrore finanziario.”

“Non potete vendere da noi, senza comprare da noi”: si può forse riassumere così, in estrema sintesi, la linea dura adottata da Trump in campo commerciale con l’UE, il Canada e altri Paesi. Ma quanto l’incremento sui dazi può risultare pagante per quel riequilibrio degli scambi a cui punta l’amministrazione USA?

“La guerra commerciale scatenata da Trump tramite l’aumento dei dazi doganali farà male in fin dei conti anche all’economia statunitense, se non sarà interrotta da un suo cambio di rotta, quando Trump capirà questo effetto boomerang o quando otterrà da questi Paesi ciò che forse aspira a ottenere con questa sua linea dura. Se Trump vuole fare in modo che questi Paesi e il resto del mondo acquistino negli Stati Uniti, anziché imporre loro dei dazi commerciali deve fare in modo che le imprese nel suo Paese siano competitive, investendo soldi pubblici per la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti, in modo da indurre sia le aziende, sia le banche nel suo Paese a sostenere questa traiettoria di crescita economica a vantaggio anche dell’occupazione nel mercato del lavoro statunitense. Solo in questo modo si potrebbe equilibrare il commercio internazionale, pur sapendo che ci saranno sempre dei Paesi in disavanzo commerciale, come probabilmente sarà il caso degli Stati Uniti fino a quando il dollaro sarà la moneta di riferimento sul piano mondiale.”

In che misura i dazi alle importazioni decisi da Trump possono inficiare i tentativi di contenere l’inflazione negli Stati Uniti?

“Questi dazi faranno aumentare i prezzi al consumo negli Stati Uniti nell’arco delle prossime settimane, ossia ben prima di un qualsiasi loro effetto sul volume del commercio estero degli Stati Uniti. A breve termine, come ha ben segnalato la Banca centrale USA, saranno dunque le imprese e i consumatori negli Stati Uniti a essere colpiti da questo effetto negativo. Perciò ne risentirà negativamente sia l’occupazione sia la finanza pubblica statunitense, ossia proprio i portatori di interesse che Trump ufficialmente cerca di proteggere con le sue scelte politiche.”

Parliamo delle pressioni sui Paesi alleati per un loro maggior contributo in ambito militare: in che misura gli Stati Uniti sono in affanno per la copertura dei costi legati al loro apparato militare globale? Quanto incide sulle loro risorse?

“Da diversi decenni, la spesa pubblica in ambito militare incide notevolmente sul disavanzo del Governo federale statunitense. Basti pensare alle guerre in Iraq e Afghanistan, come pure ai conflitti attuali in Ucraina e nel Medio Oriente, dove gli Stati Uniti sono uno dei maggiori fornitori di materiale bellico o di aiuti finanziari in questo campo. A tutto ciò vanno aggiunte le spese dell’Amministrazione per sviluppare delle tecnologie nucleari a scopi bellici. Negli ultimi anni, la spesa militare statunitense rappresenta circa il 15% di quanto ha speso in totale il Governo federale: l’anno scorso è stata di 850 miliardi di dollari, a fronte di una spesa pubblica totale di circa 6’000 miliardi di dollari sul piano federale, ma ci sono anni in cui questa percentuale è stata anche del 20%”.

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L'enorme dispositivo militare degli USA nel mondo: nella foto, un jet ripreso dopo il decollo da una portaerei americana nel Mediterraneo

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“Ciò ha indotto il Governo federale a ridurre la spesa pubblica in altri ambiti per evitare un ulteriore aumento del debito pubblico. Di riflesso, è stato osservato perciò un maggiore indebitamento del settore privato, in particolare di molte famiglie bisognose, che hanno dovuto indebitarsi in maniera crescente, con tutti i rischi che ciò comporta anche per i loro creditori, ossia le istituzioni finanziarie. Ciò lascia presagire lo scoppio di una ulteriore crisi finanziaria nell’arco dei prossimi anni, il cui epicentro sarà ancora una volta negli Stati Uniti.”

Nel mondo, si pensi ai BRICS, è ormai da tempo aperto il dibattito su iniziative volte alla de-dollarizzazione. È una prospettiva che potrebbe veramente intaccare il ruolo degli USA come arbitri dell’economia globale? E quanto può spiegare la politica aggressiva dell’attuale amministrazione?

“Si tratta di una prospettiva sempre più realistica, viste le scelte e le intenzioni di molti Paesi integrati nell’economia globale che cercano delle alternative all’uso del dollaro e al dominio delle politiche economiche – non da ultimo delle politiche monetarie – degli Stati Uniti. Per esempio, se i BRICS adottassero una loro moneta comune per i pagamenti tra essi del commercio estero, altri Paesi sarebbero indotti a farlo, riducendo notevolmente la potenza statunitense nel dettare le scelte di politica economica al resto del mondo. Questo scenario è sicuramente il motivo principale che ha indotto Trump ad annunciare una politica aggressiva sul piano internazionale, tramite l’aumento dei dazi all’importazione negli Stati Uniti e altri inquietanti annunci dell’attuale Amministrazione, allo scopo di evitare la de-dollarizzazione su scala mondiale.”

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