Dazi statunitensi contro la Svizzera

“Non siamo riusciti a curare le relazioni con la Casa Bianca”

L’ex ambasciatore Thomas Borer: “Potremmo dover far concessioni, in agricoltura e comprando armi” - E suggerisce il nome di un possibile mediatore

  • Ieri, 19:24
  • Ieri, 20:47
03:59

SEIDISERA del 04.04.2025 - L’intervista di Gianluca Olgiati a Thomas Borer

RSI Info 04.04.2025, 19:24

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Di: SEIDISERA-Olgiati/pon 

Donald Trump ha avuto la mano pesante con la Svizzera, imponendo dazi del 31% sulle importazioni negli Stati Uniti dalla Confederazione. Eppure sembra esserci ancora un po’ di margine per la diplomazia, per cercare di limitare i danni. Il problema? Giovedì la presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter ha ammesso candidamente di non avere un filo diretto con la cerchia ristretta attorno all’inquilino della Casa Bianca. E allora che fare? Un caso per Thomas Borer, verrebbe da dire. L’ex ambasciatore a Berlino, oggi consulente, era stato a capo negli anni ‘90 della task force creata dal Consiglio federale sugli averi ebraici nelle banche svizzere, una delle missioni diplomatiche più delicate a Washington. Ecco cosa ha detto a SEIDISERA.

Thomas Borer, gli Stati Uniti che fanno pressione... Lei conosce bene questa situazione e ha ancora ottimi contatti a Washington. Quale consiglio darebbe al governo svizzero per allacciare questo filo diretto con il presidente americano?

“Evidentemente c’è solo una cerchia ristretta di persone attorno a Donald Trump che determina quanto questi dazi vengano mantenuti o negoziati. Ora la prima cosa da fare è contattare l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Svizzera, Edward McMullen. Lui ha accesso diretto a Trump. Ed è estremamente ben disposto nei confronti della Svizzera. Inoltre, conosce le relazioni commerciali bilaterali. A mio avviso, sarebbe la persona giusta per intervenire.”

Ma non è un po’ sorprendente sentire che il Consiglio federale non ha ancora un contatto diretto con l’entourage del presidente americano?

“Sì, sono molto sorpreso che la Svizzera non abbia cercato di costruire un canale diretto con Trump dalla sua elezione, il 5 novembre. Non so cosa abbia fatto il nostro ambasciatore a Washington in questi mesi. Questo sarebbe stato il suo compito più importante. Ora ci troviamo in una situazione in cui la Svizzera deve mettersi in fila con gli altri”.

La presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter e il consigliere federale Guy Parmelin saranno a Washington a fine aprile per una riunione del Fondo monetario internazionale. Sperano di sfruttare l’occasione per incontri bilaterali. Non è un po’ tardi?

“Meglio tardi che mai. Ma credo che la strada giusta sarebbe quella di passare dall’ex ambasciatore McMullen, che è un confidente di Trump e che sa che la Svizzera è uno dei grandi investitori negli Stati Uniti. Gli darei l’incarico di aiutarci in questa situazione.”

Ma lei personalmente è rimasto sorpreso dall’annuncio di Trump?

“No, affatto. Avevo anche previsto che le borse sarebbero crollate. Trump aveva annunciato esattamente questi dazi più volte nel corso della campagna elettorale. Tuttavia, mi ha sorpreso che la Svizzera ne sia uscita peggio dell’Unione Europea. Avrei sperato che la nostra posizione fosse migliore.”

E questo come se lo spiega? Che atteggiamento ha Trump nei confronti della Svizzera?

“Credo che fondamentalmente abbia una certa simpatia per la Svizzera. Siamo un Paese economicamente molto liberale. Ma, come abbiamo visto, l’intero regime dei dazi non è stato pienamente ponderato. Sono stati imposti dazi a isole che non hanno nemmeno abitanti. Ha messo tutti nello stesso calderone e la Svizzera ne è uscita male perché non è riuscita a posizionarsi in tempo presso di lui personalmente.”

Siamo stati troppo ingenui?

“Credo di sì. Abbiamo fatto affidamento sul fatto che i nostri buoni argomenti sarebbero stati razionalmente riconosciuti anche a Washington. Non siamo riusciti a curare le relazioni con la Casa Bianca, dopo che Trump era stato molto positivo nei nostri confronti durante il suo primo mandato”.

Ora Trump sembra però disposto ancora di più a ricorrere a una politica del potere. Qual è la risposta giusta da parte svizzera?

“Non è solo Trump a fare politica di potere. Ce ne siamo resi conto anche noi svizzeri nei negoziati bilaterali con l’Unione Europea. Ora con Trump, il Consiglio federale ha preso la decisione giusta. Non possiamo rispondere con dazi, critiche o contromisure. Dobbiamo essere moderati e trovare un modo per negoziare.”

Ma concretamente la Svizzera cosa potrebbe mettere sul tavolo nelle trattative?

“Possiamo sicuramente prospettare un aumento del nostro budget militare. Oltre ai miliardi che pagheremo agli Stati Uniti per gli aerei da combattimento, potremmo comprare altri mezzi per la difesa. In secondo luogo potremmo dover fare concessioni nel settore agricolo. Gli elettori di Trump sono soprattutto agricoltori, interessati a esportare in Svizzera carne e altri prodotti. E poi dobbiamo dimostrare che, a differenza dell’Unione Europea, in molti settori non siamo in concorrenza con le aziende americane. Produciamo beni diversi, come gli orologi o i prodotti farmaceutici, che gli americani non saranno in grado di produrre per molti anni. Dobbiamo solo spiegarglielo.”

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